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L'incendiario Trump e i disastri (anche) in Medio Oriente

Le conseguenze della mossa unilaterale del presidente americano.


di Alessandro Canella
Categorie: Esteri
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Trump e il premier israeliano Netanyahu

Non bastava lo spettro di una guerra nucleare con la Corea del Nord, ora lo scellerato presidente statunitense Donald Trump infiamma il Medio Oriente con la decisione di spostare l'ambasciata a Gerusalemme e riconoscere la città come capitale di Israele. Michele Giorgio, corrispondente del Manifesto: "Le conseguenze possiamo solo immaginarle, la soluzione dei due Stati va verso il fallimento".

C'è un motivo se anche i vertici militari statunitensi valutano l'ipotesi di togliere i codici nucleari al presidente Donald Trump. In soli pochi mesi dal suo insediamento, infatti, l'instabile inquilino della Casa Bianca sta facendo precipitare la situazione in mezzo mondo, avvicinando pericolosamente e drammaticamente lo scoppio di più guerre.

Al miliardario non bastava la tensione schizzata alle stelle con la Corea del Nord, che rende concrete, a detta di molti analisti, le possibilità dello scoppio di una guerra nucleare.
Ora Trump ha riacceso la miccia mai del tutto spenta in Medio Oriente, annunciando il riconoscimento di Gerusalemme quale capitale di Israele e dando indicazione al Dipartimento di Stato di avviare l'iter per il trasferimento della ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme stessa.

Ai nostri microfoni, il corrispondente del Manifesto Michele Giorgio ricorda che Gerusalemme è una città importante non solo per gli israeliani, ma anche per il mondo arabo e che, con questo atto unilaterale, Trump di fatto legalizza le annessioni operate con la forza da Israele, gettando un ombra sui negoziati che gli Usa hanno detto di voler portare avanti nel futuro.
Non solo: la decisione può provocare conseguenze che si possono solo immaginare, ma che potrebbero tradursi in rivolte palestinesi e in proteste davanti alle ambasciate americane in molti altri Paesi.

Le conseguenze, però, riguardano anche la stessa leadership palestinese. "Abu Mazen dovrà guardarsi anche da quelle che saranno le risposte della sua popolazione - sottolinea Giorgio - Agli occhi dei palestinesi il suo fallimento sarà ancora più evidente. Organizzazioni come Hamas, che non hanno mai accettato gli accordi di Oslo ed hanno sempre denunciato la mediazione americana come appiattita sulle posizioni di Israele, ora raccoglieranno tutto lo scontento della popolazione".

La reazione alla mossa di Trump, nel frattempo, ha sollevato le ire di Turchia ed Iran, ma anche del resto del mondo arabo, che il prossimo 13 dicembre darà vita ad un summit dell'Organizzazione della cooperazione islamica.
L'azione unilaterale americana ha suscitato anche la contrarietà di Europa, Russia e del Vaticano. Anche l'inviato dell'Onu per il processo di pace in Medio Oriente, Mladenov, è intervenuto sul tema, ricordando che " Lo status di Gerusalamme deve essere negoziato dagli israeliani e dai palestinesi".

"Dobbiamo però guardare la realtà per come è - osserva il giornalista - Onu, Europa e Vaticano si limitano a fare delle dichiarazioni che poi non cambiano nulla sul terreno, mentre qui le cose vengono decise con atti di forza".
Se non si sarà alcun intervento concreto da parte della comunità internazionale, quindi, l'ipotesi della soluzione dei due Stati sembra volgere definitivamente al fallimento.

ASCOLTA L'INTERVISTA A MICHELE GIORGIO:

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