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L'azienda italiana che "sfratta" i villaggi senegalesi

L'appello di Action Aid contro il landgrabbing italiano in Senegal.


di Alessandro Canella
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Foto: Giada Connestari

La Tampieri Financial Group Spa ha affittato 20mila etteri nella riserva di Ndiael in Senegal e ostacola l'accesso alle fonti idriche e ai pascoli a 40 villaggi abitati da comunità autoctone. L'appello #terrabruciata di Action Aid per fermare il landgrabbing italiano.

Disboscamento, recinzione di aree estese per ettari, intimidazioni e soprusi alla popolazione da parte di guardie private. L'Africa sta conoscendo sempre più gli effetti delle pratiche neo-coloniali del landgrabbing, ovvero l'accaparramento di terre. Se la Cina detiene il primato per l'acquisto o l'affitto di terreni nel Continente Nero, sottratti alle comunità autoctone per lo sfruttamento delle risorse naturali in favore di potenze economiche estere, anche l'Italia fa purtroppo la sua parte.

È quanto denunciano Action Aid e Re:Common, e con loro Peuple Solidaires, Grain, Oakland Institute, il Conseil Nacional de Concertation et de Coopération des Ruraux e Enda, nella campagna #terrabruciata  contro il landgrabbing di un'azienda italiana in Senegal.
Si tratta della Senhuile SA, controllata per il 51% dall'italiana Tampieri Financial Group SpA e al 49% dalla società senegalese a capitale misto Senéthanol. L'azienda ha affittato ben 20mila ettari di terra nella riserva di Ndiael, intorno alla quale sorgono una quarantina di villaggi abitati da decenni da comunità autoctone.

I residenti lamentano impatti molto pesanti sul loro stile di vita causati dal progetto, che impedisce l'accesso ai pascoli, alle fonti idriche e alle altre risorse necessarie per la loro sussistenza, di fatto costringendoli ad abbandonare le loro abitazioni.
Il progetto, inizialmente, era previsto in un'altra località, Fanaye, dove gli scontri tra sostenitori e oppositori del progetto avevano causato la morte di due persone e il ferimento di diverse altre. Successivamente, quindi, è stata individuata l'area della riserva di Ndiael.

Un rapporto dallo statunitense Oakland Institute descrive le numerose criticità legate al progetto, a partire dalla mancanza di un vero processo di consultazione e del consenso da parte delle popolazioni del Ndiael e dalla totale opacità delle operazioni Senhuile. Il documento descrive poi nel dettaglio gli impatti sulle comunità, che già si stanno verificando, dal momento che circa 6mila ettari sono stati già stati coltivati. La compagnia ha realizzato vari canali di irrigazione, recintando la zona e così impedendo l'accesso alle terre destinate al pascolo e alle vie verso le fonti idriche. “Gli abitanti dei villaggi denunciano soprusi e intimidazioni da parte della polizia e delle guardie private al soldo della compagnia”, ha dichiarato Jettie Word, autrice del rapporto.

Una delegazione composta da rappresentanti dei villaggi senegalesi e Ong stanno visitando vari Paesi europei per chiedere la cancellazione del progetto. Lo scorso 3 marzo ha fatto tappa a Roma.
L'appello online di Action Aid (sottoscrivibile qui) ha già raccolto 9mila firme e chiede una cosa molto semplice: che il proprietario dell'azienda italiana, Giovanni Tampieri, cessi subito il progetto di sfruttamento.


Un estratto dell'intervista a Roberto Sensi, Policy Officer Diritto al Cibo di Action Aid

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