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In Europa si protesta per se stessi e non più per un mondo migliore

Lo studio di due ricercatori delle università di Losanna e Bologna.


di Alessandro Canella
Categorie: Movimento
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Nei 28 Paesi dell'Unione Europea le proteste di piazza sono sempre meno inclusive, cioè agite per universalizzare i diritti, e sempre più esclusive, ovvero per mantenere lo status quo e conservare le proprie condizioni. Lo certifica una ricerca di Davide Morselli dell'Università di Losanna e Stefano Passini dell'Università di Bologna, pubblicata sul Journal of Community & Applied Social Psychology. L'intervista a uno degli autori.

Chi è abituato ad organizzare proteste per ottenere conquiste sociali per tutte e tutti si è già accorto che la risposta in termini di partecipazione è sempre più difficile, che mobilitare le persone per ottenere diritti e un miglioramento delle condizioni di vita, indipendentemente dal proprio colore della pelle, dalla propria condizione sociale, dalla propria appartenenza, è diventato molto faticoso.
Tutto ciò, ora, è certificato da una ricerca universitaria, che dimostra come in piazza non si vada più per lottare col sogno di un mondo migliore, ma per mantenere il più possibile lo status quo; non per la rivoluzione, ma per la conservazione.

È questa la tendenza fotografata in Europa nello studio "Exclusive and inclusive protest in Europe: Investigating values, support for democracy, and life conditions ", realizzato da due ricercatori, Davide Morselli dell'Università di Losanna e Stefano Passini dell'Alma Mater di Bologna, e da poco pubblicata sul "Journal of community and applied social psychology".
Si parte dalla definizione di proteste per capire che ne esistono di due tipi: quelle inclusive, legate a istanze e diritti che riguardano tutti, e quelle esclusive, che puntano a favorire gli interessi di un gruppo sociale rispetto ad altri.

Attraverso l'analisi dei comportamenti di protesta da un punto di vista psico-sociale dei profili di 52.000 persone distribuite in 28 Paesi europei, emerge che che "disuguaglianza e povertà hanno alimentato i venti di protesta" in Europa, ma che "la reazione dei cittadini si è indirizzata verso proteste esclusive - spiega Passini - legate cioè alla protezione di gruppi specifici, piuttosto che inclusive, aperte alla difesa dei diritti di tutti".
Il quadro dei valori più sentiti dai cittadini europei, del resto, mostra come gli elementi legati al conservatorismo (potere, successo, conformismo) risultano predominanti rispetto all'universalismo e alle spinte verso il cambiamento. "Inclinazioni che vengono rispecchiate nella crescita degli estremismi e dei populismi a cui stiamo assistendo in questi anni", annota Passini.

Dalla ricerca emerge anche che un ruolo non secondario nell'influenzare questo sentimento diffuso è giocato dalle condizioni economiche dei diversi Paesi. Negli Stati in crisi, o che attraversano momenti di difficoltà, i cittadini tendono a concentrarsi sui temi che li riguardano in prima persona, tralasciando la difesa di aspetti universali come la libertà di parola o altri diritti comuni. Questo, riassume l'Alma Mater, spiegherebbe perché tendenze autoritarie e anti-democratiche si registrano più spesso in Paesi e regioni in cui le condizioni di vita sono più difficili. Un tratto che la crisi economica degli ultimi dieci anni ha reso ancora più marcato.

"Le democrazie contemporanee - conferma Passini - contengono al loro interno tendenze che possono portare a trasformazioni in senso autoritario. Soprattutto quando emergono leader forti sulla spinta di sentimenti repressivi, animati da posizioni di intolleranza verso altri gruppi sociali. In questo senso, i movimenti di protesta esclusivi possono condurre più facilmente a svolte autoritarie piuttosto che accelerare o favorire il cambiamento sociale".

ASCOLTA L'INTERVISTA A STEFANO PASSINI:

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