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Il lavoro c'ha rubato il tempo, è ora di riprenderselo!

L'intervista a Simone Fana, autore di “Tempo rubato. Sulle tracce di una rivoluzione possibile tra vita, lavoro e società”.


di Alessandro Canella
Categorie: Lavoro
TempoRubato

La rivendicazione storica del movimento operaio sulla diminuzione dell'orario di lavoro è sparita dal dibattito pubblico, ma siamo arrivati ad un punto di rottura ed è tempo di riprendere in mano il discorso con una battaglia seria. Il libro di Simone Fana “Tempo rubato. Sulle tracce di una rivoluzione possibile tra vita, lavoro e società” (Imprimatur) rilancia la sfida. La presentazione a Ritmo Lento.

È uscito in libreria il 25 settembre e la prima presentazione avverrà proprio a Bologna, alle 19.00 al circolo Ritmo Lento. “Tempo rubato. Sulle tracce di una rivoluzione possibile tra vita, lavoro e società” (Imprimatur), il libro di Simone Fana, si occupa di un tema di grande attualità, come testimoniano le accese polemiche delle settimane scorse sulla possibilità di rivedere le aperture domenicali degli esercizi commerciali, dopo la liberalizzazione selvaggia del 2011 ad opera del governo Monti.

Il libro presenta una ricostruzione storica del tema, assieme ad un'analisi teorica e ad una comparazione su come poter intervenire oggi, attraverso una battaglia, per tornare a rendere umane le vite di chi viene spremuto sul lavoro e, al tempo stesso, creare i posti di lavoro che mancano nel nostro Paese.
La situazione italiana, in effetti, è piuttosto peculiare. Ci sono poche persone che lavorano tantissimo e tante persone che non lavorano. “In Italia si lavora tantissimo, più che in Francia e in Germania – osserva l'autore ai nostri microfoni – Eppure la riduzione dell'orario di lavoro è stata una rivendicazione storica del movimento operaio e oggi è un tema che può unire settori di lavoro diversi e frammentati”.

Perché innanzitutto questa situazione nello Stivale? Per Fana ciò è dovuto essenzialmente a 25 anni di politiche di contenimento salariale per favorire le imprese nelle esportazioni, nella competitività e nella produttività. Dalla legge Treu, passando per quella Biagi e il Jobs Act, la politica ha costantemente ridotto le tutele sul lavoro per favorire le aziende. Al contempo, ha ingaggiato uno scontro coi sindacati, delegittimando la rappresentanza dei lavoratori e sbilanciando i rapporti di forza. “Le imprese – sottolinea Fana – hanno deciso in modo autonomo, riducendo la forza lavoro e aumentando il tempo di lavoro degli occupati”.

La storia, però, ci dice che non è sempre stato così e “Tempo rubato” lo dimostra con un escursus che parte dal Dopoguerra e arriva ai giorni nostri. Da metà del '900 agli anni '70, il cosiddetto “trentennio glorioso”, abbiamo assistito ad una riduzione del tempo di lavoro e ciò avvenuto sostanzialmente per merito delle lotte operaie. Le cose iniziarono a cambiare negli anni '80, quando Ronald Reagan e Margaret Thatcher operarono una svolta liberista. La riduzione dell'orario di lavoro subì una battuta d'arresto, cominciando una vera e propria inversione che arriva agli anni della globalizzazione, fino ad oggi. I tempi di lavoro sono tornati a crescere e la crisi economica è stato il ricatto perfetto affinché ciò avvenisse.

Se altrove, come nella Francia degli anni '90 o più recentemente in Germania con la battaglia dei metalmeccanici, il tema ha fatto capolino nel dibattito pubblico e ha portato anche a vittorie dei lavoratori, in Italia, a parte la piccola parentesi di Fausto Bertinotti sulle 35 ore (comunque senza seguito), la rivendicazione è stata sostanzialmente rimossa. "Questo è essenzialmente dovuto a due fattori - spiega Fana - Da un lato perché la sinistra politica ha accettato e assunto l'ideologia neoliberale, dall'altro perché i sindacati hanno giocato in difesa e non all'attacco".

La frammentazione della società, del resto, non ha aiutato. Dalla massa critica che rappresentavano fino agli anni '70, i lavoratori si sono frammentati e parcellizzati, fino addirittura ad apparire in conflitto con loro, come dimostra il dibattito sulle chiusure domenicali.
“Negli ultimi trent'anni ciò è stato possibile grazie alla divisione voluta dal capitale tra chi consuma e chi produce – osserva l'autore – come se chi produce non fosse poi un consumatore. Questo meccanismo ha funzionato finché eravamo in un trend espansivo, finché in qualche modo la ricchezza veniva redistribuita”. Oggi, sottolinea Fana, siamo arrivati ad un punto di rottura: il sistema è collassato e l'aumento delle diseguaglianze e della povertà del lavoro hanno fatto esplodere il meccanismo divisivo tra produzione e consumo.

Ed ecco dunque come diventa possibile la rivoluzione evocata nel sottotitolo del libro. Qualora lavoratori e consumatori si riconoscessero, qualora le forze organizzate e non organizzate capissero che c'è bisogno di elaborare un progetto per la riduzione dell'orario di lavoro a parità di salario, la battaglia potrebbe essere ripresa.
Le vie per arrivare all'obiettivo sono molteplici: c'è quella sindacale con i contratti di solidarietà espansiva, c'è quella legislativa che fissa un orario massimo, ma soprattutto occorre il ritorno del controllo pubblico sulla domanda di lavoro.

Il reddito di cittadinanza di cui si discute oggi può dare un contributo nella battaglia? Su questo tema Fana è scettico: “Non nella forma presentata dal governo. Senza un reddito minimo, il reddito di cittadinanza rischierebbe di generare un effetto deflattivo, senza una riforma sui salari, una misura come quella proposta dal governo rischierebbe di far diminuire i salari stessi”.

ASCOLTA L'INTERVISTA A SIMONE FANA:


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