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Gli obbrobri commerciali e il nemico pubblico lavastoviglie

Discutibili arredi urbani e ancor più discutibili ordinanze silenziatrici.


di Alessandro Canella
Categorie: Società
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Da un lato i container "finto-rustico-vero-fighetto" in piazza Verdi e l'igloo commerciale di una concessionaria di automobili costose, dall'altro la punizione per l'Osteria dell'Orsa, uno dei pochi locali dove la socialità autentica può essere coltivata davanti a un bicchiere di vino. Bologna si è rincoglionita e la colpa è anche nostra.

È il momento di ammetterlo: a Bologna ci siamo rincoglioniti. E uso il plurale perché ormai non si può più puntare solo il dito contro le discutibili scelte dell'Amministrazione comunale in fatto di arredi urbani, ma anche noi, coi nostri stili di vita, le nostre insofferenze e intolleranze, stiamo spingendo la città verso un direzione pacchiana e patetica.
Da un lato, nel nostro ruolo di proprietari immobiliari ed abitanti, manifestiamo fastidio per qualunque cosa, arrivando così a castigare le poche realtà di autentica socialità rimaste in città; dall'altro, ci facciamo ammaliare da trovate commerciali "sponsored by Palazzo D'Accursio".

Se nei primi anni Duemila avevano sollevato ironia, anche goliardica, e proteste le famose "gocce di Guazzaloca", l'attuale Amministrazione ha voluto strappare all'ormai defunto ex sindaco il primato dell'oscenità, puntando su due o tre arredi urbani che definire kitsch è riduttivo.
Da un lato lo stand commerciale di una concessionaria di automobili costose, con un gazebo a forma di igloo che ci ricorda che siamo in inverno, nel pieno centro cittadino. Dall'altro i container "finto-rustico-vero-fighetto" del "Winter Village", la via bolognese alla gentrificazione della zona universitaria, che si sono spinti fino all'erezione di una torretta.
Il tutto senza obiezioni della Sovrintendenza, per la quale invece uno scivolo per disabili sul crescentone è un problema.

Per contro, uno dei pochi posti rimasti in città dove la socialità può essere coltivata davanti a un bicchiere di vino e un piatto di tagliatelle, l'Osteria dell'Orsa, viene castigata perché "colpevole" di far lavorare la lavastoviglie addirittura fin dopo le 22.
Il merito di questa punizione risiede, da un lato, in un vicino insofferente, che invece di scendere a fare quattro chiacchiere con gli avventori e gli amichevoli osti, preferisce incarognirsi in casa e usare strumenti legali per mettere i bastoni fra le ruote all'osteria e, dall'altro, nell'ordinanza del Comune, derivante da una legge idiota, che "tutela" il silenzio ben prima della vecchia mezzanotte.

Turismo facoltoso e silenzio, ordine e shopping. Questi i binomi che stanno sempre più caratterizzando una città che, ancora e ormai immeritatamente, attira persone da ogni parte d'Italia per essere stata un luogo dove la socialità gratuita, libera e diffusa rappresentava un marchio di fabbrica.
Oggi, invece, di sera non possiamo stare in piazza, di pomeriggio non possiamo berci una birra e in osteria dobbiamo mangiare con le galline, prima che cali un rigidissimo coprifuoco. Se siamo poveri, inoltre, non possiamo bivaccare in giacigli di fortuna, perché arriva il daspo urbano della legge Minniti.
Se non amiamo gli apericena con bicchierini a 7 euro e tartine scrause, non rimane che starcene in casa e farci uno squasso di pugnette. Ma senza far rumore.


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