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La travagliata storia dello sport popolare

La prima puntata dell'inchiesta "Riprendiamoci lo sport".


di Alessandro Canella
Categorie: Sport
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Foto: Istituto Parri

Nella prima puntata di "Riprendiamoci lo sport - La riscoperta dello sport popolare in Italia" andiamo a lezione di storia e di filosofia dell'attività fisica nel corso dei secoli. Lo sport, infatti, è stato uno strumento utilizzato a fini politici e il modo di intenderlo condiziona anche l'idea che ne abbiamo oggi.

L'aggettivo "popolare" accostato alla parola "sport" ha un suo significato preciso. Non attiene alla popolarità, quandi alla fama, ma all'universalità della pratica sportiva, contro un'idea elitaria o, peggio, gerarchica che ha pesantemente condizionato il concetto di sport moderno. Lo sport è infatti stato oggetto e strumento della politica e dell'ideologia e attorno ad esso alcune nazioni hanno costruito addirittura la propria fortuna e la propria affermazione.
Per comprendere le origini di un fenomeno che oggi torna alla ribalta, quello dello sport popolare, è quindi necessario conoscere un po' la storia della pratica sportiva modernamente intesa.

LE ORIGINI. Lo sport, per come lo intendiamo noi oggi, è nato nella seconda metà del 1800 nei Paesi anglofoni come attività principalmente borghese. È stato in quel periodo che nell'attività fisica si è fatta strada l'idea illuministica di un uomo fatto in egual misura di mente e di corpo e, al contempo, la rivoluzione industriale ha prodotto masse di persone che, con stili di vita simili, si ritrovano - quando le conquiste sociali lo consentono - a disporre di tempo libero. È qui che lo sport viene fatto immediatamente oggetto di politica.

LE TEORIE SPORTIVE. Man mano che il fenomeno si sviluppa, nascono teorie diverse sul mondo di intendere lo sport. Se l'impronta anglosassone, che però stenta ad affermarsi, lo intende come educazione fisica e come pienezza del proprio essere, intellettuale e fisico, esiste anche l'antisportismo socialista, che critica la pratica in quanto "decadente occupazione borghese" che distoglie dalle lotte. Nonostante questo, agli inizi del '900, nascono gruppi di sport popolare, come i "Ciclisti Rossi", una delle poche realtà in grado di fronteggiare lo squadrismo nel primo dopoguerra.
L'idea che prende più piede, anche grazie all'avvento del fascismo italiano, è però quella che vede lo sport come addestramento alla guerra.

LO SPORT NEL FASCISMO. "Il fascismo italiano, il primo ad affermarsi in Europa - osserva Luca Alessandrini, direttore dell'Istituto Storico 'Ferruccio Parri'- si trova davanti a corpi che si sono visti nella prima guerra mondiale. Corpi deboli, denutriti, macilenti che hanno combattuto al di sotto delle possibilità di un organismo. Il fascismo, dovendo essere una nazione guerriera, tesa ad affermarsi anzitutto attraverso lo strumento della guerra, non solo militarizza la nazione, ma trasforma lo sport in un'attività obbligatoria, chiamata esplicitamente pre-militare".
Le ore di ginnastica a scuola vengono aumentate e svolte in uniforme militare. Addirittura il fascismo sottrae l'educazione fisica al Ministero dell'Istruzione per affidarla all'Opera Nazionale Balilla nel 1927.

L'OPERAZIONE CONCETTUALE. Il fascismo imprime una direzione ben specifica allo sport e lo inquina in modo indelebile. Esso predilige gli sport da combattimento come la boxe (il campione mondiale Primo Carnera sarà celebrato come un eroe) e gli sport individuali. Gli sport di squadra, invece, diventano la metafora di un esercito compatto dietro a un capitano e a un'idea di nazione. La pervasività è tale che, anche senza competenze di merito, i gerarchi fascisti si ritrovano alla guida delle federazioni sportive, come nel caso di Leandro Arpinati, capo degli squadristi bolognesi che ricoprirà la carica di presidente della Figc.

IL CALCIO COME SPORT DI MASSA. Ancora più imponente l'operazione fatta sul versante spettacolare, al fine di trasformare il calcio in uno sport di massa. È sotto il fascismo, infatti, che vengono costruiti i grandi stadi, come quello di Bologna del 1927 e quelli di Torino o Firenze: opere imponenti che celebrano il regime e la sua grandezza. Benito Mussolini decide di investire talmente tanto nello sport, che la poverissima Italia riesce a vincere tre mondiali di calcio.

IL NAZISMO E LE OLIMPIADI DEL 1936. Adolf Hitler è appena salito al potere e non ne vuole sapere di realizzare le olimpiadi di Berlino, decise dal precedente governo democratico. Lo spietato ideologo nazista Joseph Goebbels, però, gli suggerisce di accettare, perché le olimpiadi possono essere un'occasione per l'affermazione del Terzo Reich. Per la prima volta, infatti, le olimpiadi assumono risonanza mondiale e diventano uno strumento di propaganda del nazismo.

IL FRONTE DELLA GIOVENTÙ E IL DOPOGUERRA. Nel 1943, in concomitanza con la caduta del fascismo, l'armistizio e l'inizio della Resistenza, nasce il "Fronte della Gioventù", emanazione giovanile del Comitato di Liberazione Nazionale. Man mano che il fascismo si spegne, nascono i primi "comitati di sport popolare". Con la Liberazione del 25 aprile 1945, dunque, il Ventennio è finito e l'Italia va ricostruita, anche dal punto di vista ideologico e sportivo.

LA NASCITA DELLA UISP. Nel 1948, proprio con l'intento di ribaltare la concezione che il fascismo ha dato allo sport, nasce l'Unione Italiana Sport Popolare (Uisp). "Tecnicamente l'attività svolta è di promozione sportiva - spiega Alessandrini - e si occupa di diffondere un'idea di sport non agonistica e non competitiva, ma per la crescita personale e di gruppo. La squadra non è più vista come un nucleo d'acciaio che risponde al proprio capitano e conquista medaglie per la nazione, ma come collettivo nel quale tutti sono egualmente importanti e partecipano attivamente alla riuscita dell'impresa sportiva".

Lo sport, dunque, assume anche il ruolo di costruzione dell'io sociale e della capacità di relazione, quindi di cittadinanza.
"L'obiettivo era allargare la partecipazione e l'accesso alla pratica sportiva a quei soggetti che per ragioni sostanzialmente economiche non potevano permetterselo", sottolinea Vincenzo Manco, presidente nazionale della Uisp.

LA GUERRA FREDDA. La divisione in blocchi del mondo configuratasi con la guerra fredda avrà conseguenze pesanti sugli enti di promozione sportiva come la Uisp. Come era accaduto alla Cgil, da cui fuoriuscirono Cisl e Uil, anche per lo sport la scelta di schierarsi col blocco occidentale o con quello sovietico porterà a divisioni. In particolare, dalla Uisp fuoriuscirono l'ala cattolica, il Csi, e quella laico-socialista, l'Aics.
"L'Aics (Associazione Italia Cultura e Sport) nasce nel 1962 - racconta il presidente bolognese Serafino D'Onofrio, fondata dal ministro socialista Giacomo Brodolini, tra i padri dello Statuto dei Lavoratori. Negli anni si è caratterizzata anche per gli interventi di tipo sociale e culturale".

IL PASSAGGIO DA "POPOLARE" A "PER TUTTI". Nel corso della storia, più precisamente nei primi anni '90, la Uisp cambierà il proprio acronimo. Non più Unione Italiana Sport Popolare, ma Unione Italiana Sport per Tutti. Quella che può sembrare una finezza lessicale, in realtà sottende un concetto preciso: l'inclusione nella pratica sportiva delle persone disabili o dei migranti.

L'ANOMALIA ITALIANA. Nella strutturazione del settore sportivo dopo la Seconda Guerra Mondiale e con la nascita della Repubblica, l'Italia sconta un peccato originale che, in molti casi, ostacola lo sviluppo dello sport popolare, basato cioè su valori di cooperazione ed inclusione. A differenza della Francia e della maggioranza degli altri Paesi nel mondo, dove lo sport agonistico e gli enti di promozione sportiva sono organismi distinti, che accedono in modo indipendente alle risorse pubbliche, nel nostro Paese la Uisp e le altre realtà analoghe "dipendono" dal Coni.

"In Italia - commenta Alessandrini - la promozione sportiva viene considerata una sorta di sorella minore dello sport agonistico".
Un'anomalia che, ricorda il presidente della Uisp Vincenzo Manco, trova un modello simile solo nell'Azerbaijan. Il punto è che gli obiettivi sono diversi: da un lato si guarda al medagliere e ai risultati olimpici, dall'altro si punta all'universalità dello sport.

ASCOLTA IL PODCAST DELLA PRIMA PUNTATA:

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Tags: Sport, Storia, Memoria

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