"Se potessi avere mille lire al mese", il primo reportage di FujikoInchieste dedicato allo sfruttamento lavorativo. La seconda puntata vi parla del mondo delle pulizie, dove si lavora per 200 euro al mese, ci si sposta da ufficio a ufficio a proprie spese e non vengono pagati gli straordinari.
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Fare le pulizie tre ore a settimana per le Poste
Seconda puntata di "Se potessi avere mille lire al mese", il primo reportage di FujikoInchieste
Tre ore di lavoro a settimana per contratto. Nel mondo dello sfruttamento lavorativo, il settore delle pulizie risulta il più indecente.
Rigorosamente appaltato a cooperative, che per lucrare di più riducono le ore di lavoro previste dall'appalto e chiedono alle lavoratrici straordinari in nero, che spesso nemmeno pagano.
E ancora: ritardi nei pagamenti dei miseri stipendi da 200 euro mensili, e orari spezzati con spostamenti i cui costi ricadono sulle operatrici.
Andrea Santoiemma, sindacalista Filcams Cgil di Modena, spiega una situazione che, seppur ripetutamente denunciata, va avanti da anni: "siamo di fronte a una situazione in realtà diffusa in tutta Italia: aziende che molto spesso violano la legge, stipendi non pagati e contributi non versati". Nel caso denunciato dalle 53 lavoratrici modenesi del comparto delle pulizie del Gruppo Mida srl, le addette si trovano con 3, 10, massimo 15 ore di lavoro e una paga di 7 euro l'ora". Un contratto a tempo indeterminato che gli assicura dunque una vita sotto la soglia di povertà.
Uno stipendio che spesso devono anche sudarsi, come racconta Zoira, lavoratrice per il Gruppo Mida che prende "ben" 450 euro al mese: "da agosto alcuni di noi hanno ricevuto lo stipendio solo ora, mentre ci sono delle colleghe che la busta paga ancora non l'hanno vista". Quando ha minacciato di andare al sindacato, si è sentita rispondere dall'azienda "vai dove vuoi".
"Nel caso dell'appalto delle Poste, il Gruppo Mida s.r.l - subentrato il primo gennaio 2010 e operante nelle province di Modena, Parma, Forlì-Cesena e Rimini - attualmente ha dei costanti ritardi nei pagamenti degli stipendi delle ore contrattualizzate e in moltissimi casi non ha pagato le ore supplementari. Semplicemente è come se questo lavoro non fosse mai esistito".
Il fatto è che la ditta deve garantire un monte ore richiesto dal bando europeo che gli garantisce l'appalto, come risultava infatti dal contratto stilato dalla ditta precedente con la quale le lavoratrici sono state assunte. Subentrando a questa, il Gruppo Mida ha ridotto gli orari di lavoro senza tuttavia che la decurtazione fosse riconosciuta dal sindacato né dai lavoratori, perchè, spiega Santoiemma, Poste Italiane S.p.A. non ha mai ridotto l'appalto: "avrebbero dovuto lavorare le stesse ore, ma la ditta gli diceva di lavorarne meno e gliene pagava meno". Se poi servivano più ore, gliele faceva fare in straordianrio "che poi non gli pagava". Inoltre, lavorando fra diverse province, le donne devono anche spostarsi a spese proprie e vedendosi riconosciuta un'ora di lavoro su tre impiegate in totale.
Per non parlare dei contributi, che essendo proporzionati alla retribuzione, assicurano a queste persone una pensione sotto l'assegno di povertà.
Ma c'è di più, ci racconta il sindacalista: "in Italia c'è un minimale di contributi che tu hai per avere una settimana riconosciuta per intero". Un lavoratore con 40 ore settimanali, infatti, deve lavorare 52 settimane in un anno per vedersi riconosciuto il diritto alla disoccupazione. "Se una di queste lavoratrici venisse licenziata, invece, per ottenere la disoccupazione, potrebbe non bastare lavorare un anno, perchè la sua settimana di lavoro non vale sufficienti contributi per avere una settimana di lavoro riconosciuta all'Inps". Un lavoro che non vale abbastanza, non solo per mantenersi, ma nemmeno per essere disoccupati, quindi.
La diffusione di questo fenomeno - che riguarda anche altri settori, come ad esempio quello del facchinaggio, fa riflettere sull'impunità su cui queste ditte sono evidentemente convinte di poter contare. Il fatto è che "dalla mattina alla sera, queste ditte svaniscono, chiudono, scompaiono. Non si trovano più - denuncia la Filcams - Tu vai all'indirizzo dove dovrebbe esserci la sede legale e non trovi più niente. Ma non sono fallite perchè, per legge, in caso di fallimento il lavoratore ha comunque diritto a richiedere i suoi soldi all'Inps". Oltre al danno, dunque, anche la beffa. O meglio: la truffa.
Nel caso delle Poste Italiane sono state fatte denunce all'Ispettorato del lavoro, alla Medicina del lavoro, naturalmente alle ditta e alle Poste stesse, e sono in attesa dell'esito.
"Esiste un contratto collettivo nazionale che parla chiaro e dà molti diritti ai lavoratori", conclude Santoiemma. Ma, come spesso accade nel nostro Paese, questo viene invalidato dalla mancanza di sanzioni, dalla loro lenta applicazione e ancor più dalla scarsa efficacia dissuasiva: "l'abolizione o la riduzione delle penali non è evidentemente un deterrente per l'azienda. Se la multa è molto piccola, io non ho alcun interesse a fornire le scarpe antinfortunio, perchè non ho paura della punizione. Se il lavoro nero, che è molto diffuso nel settore delle pulizie, non viene punito dalla legge, non è un deterrente".
Ilaria Giupponi
Ascolta l'intervista a Zoira e Andrea Santoiemma







