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Che cos'è lo sport popolare?

La seconda puntata dell'inchiesta "Riprendiamoci lo sport".


di Alessandro Canella
Categorie: Sport
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Nella seconda puntata di "Riprendiamoci lo sport - La riscoperta dello sport popolare in Italia" riflettiamo sul concetto di sport popolare che oggi viene rediscusso e reinterpretato. Parleremo poi dell'esperienza ventennale dei Mondiali Antirazzisti, alla base della rinascita dello sport popolare.

Anche se lo sport popolare ha una storia precisa, per quanto travagliata, che abbiamo raccontato nella prima parte dell'inchiesta, la definizione di cosa si intenda oggi con questo concetto è ancora oggetto di discussione e riflessione.
Non è un caso, infatti, che siano numerose le espressioni e le formule che vengono utilizzate per definire qualcosa che è alternativo, per molti aspetti opposto e sicuramente diverso dallo sport agonistico: sport popolare, sport sociale, sport di cittadinanza.

Sotto questi concetti troviamo quella fascia maggioritaria di popolazione che esercita l'attività motoria come un diritto a sentirsi cittadino sportivo senza necessariamente essere un campione.
"Al centro non c'è più la prestazione, la medaglia, il trofeo o la conquista attraverso l'investimento sul talento - sottolinea Vincenzo Manco, presidente nazionale della Uisp - bensì la possibilità di poter inseguire la salute e il benessere individuale e collettivo".

Per Manco, dunque, lo sport popolare è una pratica inclusiva che incrocia tutte le politiche pubbliche di un Paese, come l'inclusione sociale, l'integrazione multiculturale e la sostenibilità ambientale.
Al centro, quindi, c'è la persona che si affaccia allo sport con le proprie abilità e disabilità, senza che queste ultime precludano la possibilità di praticare l'attività fisica.

L'Aics di Bologna, su questo tema, ha realizzato una mostra che testimonia anche il lavoro effettuato nel secondo dopoguerra dalla giunta di Francesco Zanardi, sindaco del pane. Come racconta il presidente bolognese dell'Aics, Serafino D'Onofrio, l'allora assessore all'Istruzione Mario Longhena, anche grazie al supporto teorico di ricerche scientifiche, estese l'attività sportiva all'aperto degli studenti delle scuole comunali ben oltre i mesi estivi, poiché l'attività sportiva dava un importante contributo allo sviluppo psico-fisico dei bambini.

Ai giorni nostri, oltre agli enti di promozione sportiva come Uisp ed Aics, esistono anche molte realtà, nate dal basso e in autonomia, che pur partecipando ai tornei delle grandi associazioni mantengono una propria indipendenza, anche per il modo di intendere lo sport.
Oltre ad essere inteso in chiave sociale, lo sport viene letto anche in chiave antagonista.
"Quando parliamo di sport popolare - afferma Cristiano Armati, caporedattore di sportpopolare.it - noi intendiamo qualcosa teso alla riappropriazione di qualcosa che oggi non è affatto scontato, come il tempo libero per praticarlo, ma anche le strutture e la possibilità economica di accedervi".

Le parole chiave, dunque, sono "riappropriazione" e "diritto", che da alcune realtà di sport popolare vengono interpretate anche in modo concreto.
È il caso, ad esempio, di Quadrato Meticcio, una squadra di calcio nata a Padova come strumento per contrastare la speculazione su uno stadio abbandonato. Il campo veniva utilizzato dai bambini del quartiere e da altri sportivi, ma un progetto urbanistico avrebbe voluto trasformarlo in un parcheggio. Qui è nata la mobilitazione dei cittadini che, attraverso la fondazione della squadra di calcio, hanno bloccato la colata di cemento e si sono riappropriati di un bene pubblico e comune.

Quello di Quadrato Meticcio è solo uno dei tanti casi italiani che possono essere raccontati. Un fenomeno, quello dello sport popolare, che viene riscoperto e che cresce esponenzialmente, al punto da rendere impossibile, almeno al momento, un censimento delle realtà presenti, fatte di squadre, palestre e progetti di varia natura.

A favorire lo sport popolare oggi sembra essere anche il modello che esso rappresenta, che rifiuta le logiche (e gli scandali) dello sport mainstream, fatto di doping, partite truccate, business milionari e pay tv.
Uno sport pulito, insomma, che mette al centro la coesione sociale e la difesa dei beni comuni, contro le logiche speculative e finanziarie che contraddistinguono sempre più l'agonismo e il professionismo.

Il problema maggiore che le realtà di sport popolare devono affrontare, racconta Armati, è proprio quello degli spazi. La difficoltà di trovare la disponibilità per palestre e campi dove potersi allenare e giocare va di pari passo con politiche più attente al profitto che al benessere dei cittadini. Un tema che si allarga ad altri settori, come quello della casa. Non è un caso, quindi, che le battaglie portate avanti dagli atleti dello sport popolare incrocino anche altri settori sociali.

Anche gli organismi ufficiali, gli enti di promozione sportiva, in realtà, utilizzano lo sport come strumento di intervento sociale. Progetti educativi o di inclusione sociale, relazioni internazionali e di cooperazione, lotta alle discriminazioni di genere e di orientamento sessuale, migranti, disabili, sostenibilità ambientale, musica e cultura sono al centro di politiche di realtà come Uisp ed Aics, che non si limitano a promuovere solo tornei o competizioni sportive.

L'iniziativa che, senza alcun dubbio, ha portato a una svolta per la riscoperta dello sport popolare in Italia è rappresentata dai Mondiali Antirazzisti, che nel luglio del 2016 hanno compiuto vent'anni.
Ogni anno centinaia e centinaia di atlete ed atleti, attivisti, tifosi e squadre provienti da tutta Italia e da molti Paesi d'Europa o del mondo si danno appuntamento per confrontarsi in modo non competitivo sui campi e per riflettere insieme su tematiche inerenti il mondo dello sport e della società.

"I Mondiali Antirazzisti - racconta l'ideatore Carlo Balestri - nascono dall'idea di trovare uno strumento contro ogni forma di discriminazione. Questa formula è diventata vincente, anche rendendo flessibili le regole dei tornei per abbassare la competizione e per favorire il dialogo multiculturale e tra i generi".
Balestri sottolinea che l'idea venne in un periodo in cui gli ultras venivano considerati violenti e razzisti, mentre i migranti venivano considerati potenziali criminali o comunque vittime degli ultras. "Abbiamo messo insieme quello che secondo l'opinione pubblica non poteva stare insieme, senza mai dare problemi e creando un grande laboratorio costruttivo".

Tante le discipline presenti durante la manifestazione. Oltre al calcio, che quest'anno ha toccato il numero record di 184 squadre, sono presenti anche pallavolo, basket, rugby e sport meno conosciuti, provenienti da altre culture: un modo per aumentare le occasioni di conoscenza e dialogo.
Le squadre sono in maggioranza miste, composte da maschi e femmine, italiani e stranieri, bambini ed adulti, e le partite sono autoregolamentate, senza quindi l'intervento dell'arbitro a dirimere le controversie.

I Mondiali Antirazzisti, dunque, sono un laboratorio per un altro sport possibile, che negli anni ha fornito l'ispirazione a tanti gruppi di ragazze e ragazze per dar vita a esperimenti e realtà che operano quotidianamente nello sport popolare.

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