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Export di armi e stop ai migranti nell'accordo tra Italia e Niger

Il testo dell'accordo divulgato da Asgi, Rete Disarmo e Cild.


di Alessandro Canella
Categorie: Migranti, Esteri
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Asgi, Rete Disarmo e Cild svelano alla stampa gli accordi tra Italia e Niger tenuti segreti dal precedente governo e non ratificati dal Parlamento. Un patto per fermare militarmente i migranti e favorire l'export di armi italiane. Ancora segrete due lettere coi contenuti specifici. L'avvocato Salvatore Fachile: "Il Parlamento dica la sua, può fermare la missione".

La Rete Italiana per il Disarmo, l'Associazione Studi Giuridici sull'Immigrazione (Asgi) e la Coalizione Italiana per le Libertà e i Diritti Civili (Cild) hanno divulgato oggi alla stampa i contenuti dell'accordo tra il nostro Paese e il Niger, stipulato dal governo Gentiloni nel settembre 2017. Un accordo che non fu mai sottoposto al Parlamento e la cui visione era stata negata dall'esecutivo alle associazioni che ne avevano fatto richiesta, nonostante la procedura di accesso agli atti.

Leggendo il testo si capiscono le ragioni di tanta segretezza per un accordo che porta la firma dell'ex ministra della Difesa Roberta Pinotti, ma che aveva interessato anche l'ex ministro degli Interni Marco Minniti, già artefice di un analogo patto con la Libia di Al Serraj.
L'Italia, infatti, ha concordato una cooperazione militare, che ormai unanimemente viene considerata come uno strumento di controllo dei flussi migratori, allo scopo di fermarli.
Ma circa una metà dell'accordo è incentrato sui "prodotti per la difesa", cioè gli armamenti, di cui in un qualche modo si cerca di favorire l'export.

UN ACCORDO STANDARD
Che gli accordi italiani con i Paesi africani fossero incentrati sul controllo e lo stop ai flussi migratori e non sulla cooperazione e lo sviluppo era già noto. La stessa Asgi aveva fatto ricorso contro il Viminale per la distrazione di fondi destinati alla cooperazione internazionale in favore della manutenzione delle motovedette libiche impegnate nel pattugliamento del Mediterraneo.
L'ennesima conferma che i soldi italiani in Libia non servano alla popolazione civile, ma ad altri scopi, arriva indirettamente oggi dall'appello lanciato dall'Onu: servono subito 202 milioni di dollari per soccorrere 550mila persone senza assistenza sanitaria, protezione o possibilità di frequentare la scuola. Nel complesso, secondo l'Ocha (Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento dell'assistenza umanitaria) sono almeno 823mila le persone bisognose di aiuto in Libia.

L'accordo tra Italia e Niger divulgato oggi, in particolare, è sulla scia degli accordi precedenti e volutamente generico. Al punto che nel copia e incolla delle autorità italiane si fa riferimento ad un possibile ingresso delle navi militari anche se il Paese africano non ha sbocchi sul mare.
La volontà di mantenere generico l'accordo, però, risiede nella strategia che il governo sta seguendo in questi casi. I dettagli dell'intesa, infatti, sarebbero contenuti in due lettere che non sono ancora state desecretate e che sostanzierebbero la vera natura del patto siglato.

LA RETICENZA GOVERNATIVA ALLA DIVULGAZIONE
L'accordo tra Italia e Niger fu sottoscritto il 26 settembre 2017, ma non fu mai sottoposto al Parlamento per la ratifica, come invece prescriverebbe l'articolo 80 della Costituzione per ciò che riguarda gli accordi internazionali.
Asgi, Cild e Rete Disarmo hanno richiesto l'accesso agli atti attraverso il Foia (Freedom Of Information Act), la procedura introdotta nel dicembre 2016 che ha lo scopo di favorire la trasparenza degli atti amministrativi e di contrastare la corruzione.
Il governo, però,si era opposto alla richiesta per motivi di sicurezza e pregiudizio per le relazioni internazionali. Tuttavia, il 16 novembre scorso, il Tar del Lazio ha dato ragione alle associazioni e ordinato al Governo italiano di rendere pubblico l’accordo.

LA RATIFICA "A POSTERIORI"
Grazie alla sentenza del Tar, ora il governo è chiamato a far ratificare l'accordo dal Parlamento, nonostante la missione italiana in Niger sia già diventata operativa, dopo uno stop di alcuni mesi.
È proprio al Parlamento che Salvatore Fachile, avvocato aderente ad Asgi, fa appello, affinché ora si apra una discussione, che potenzialmente potrebbe portare anche allo stop della missione italiana.
Dal punto di vista procedurale, dunque, appare chiaro come il governo precedente si sia mosso in modo non corretto, dal momento che solo ora, grazie alla sentenza del Tar, è chiamato a rispettare la Costituzione e a far discutere al Parlamento l'accordo internazionale col Niger.

ASCOLTA L'INTERVISTA A SALVATORE FACHILE:


L'OPPORTUNITÀ PER L'EXPORT MILITARE ITALIANO
"Questo accordo apre una porticina anche alle forniture militari", commenta ai nostri microfoni Francesco Vignarca, portavoce della Rete Italiana per il Disarmo.
In particolare, l'articolo 6 dell'accordo è intitolato "Cooperazione nel campo dei prodotti per la Difesa" e prevede una "possibile cooperazione" per tutte le tipologie di fornitura militare: da mezzi come elicotteri e carri armati a bombe, armi da fuoco automatiche, mine, sistemi elettronici, eccetera.

"Come è avvenuto già in altri casi - spiega Vignarca - l'Italia può dismettere vecchio materiale che solitamente regala agli Stati con cui stipula un accordo, ma soprattutto, in virtù dell'accordo che considera la controparte privilegiata, si abbassano le norme, i controlli e le prassi autorizzatorie della legge sull'export militare".
Dal momento che il Niger non ha praticamente un'industria militare, la parte dell'accordo relativa alla cooperazione tra i due Paesi può essere letta solo in un modo: "Opportunità per le nostre industrie delle armi", conclude Vignarca.

In questa chiave, nel posizionamento strategico militare e commerciale dell'Italia in Niger, infine, può essere letto il ritardo dell'avvio della missione, che ha visto i soldati bloccati per mesi in una caserma. Secondo gli analisti, infatti, il ritardo potrebbe essere stato dovuto agli ostacoli posti dalla Francia, che nel Paese nigerino coltiva interessi da tempo.

ASCOLTA L'INTERVISTA A FRANCESCO VIGNARCA:

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