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Divorzio all'italiana

Il Caso Esse, dialogando di storia qualcosa ne verrà fuori


di Filippo Piredda
Categorie: Caso Esse
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Oggi vogliamo parlare con voi di divorzio, ricordando le vicende e i dibattiti che hanno portato
alla sua istituzione. Lontano dall’essere qualcosa di scontato, anche se oggi lo può sembrare, la
possibilità di divorziare è stato garantita con il referendum del 12 e 13 maggio 1974, appena 38
anni fa. Leggi l'articolo scritto dalla redazione del Caso Esse, o ascolta la scheda letta da Debs e Laura, con l'intro di Teresa.

La popolazione italiana era chiamata ad esprimere la propria opinione sulla Legge Fortuna-
Baslini, approvata in Parlamento nel dicembre 1970, legge che appunto permetteva il divorzio con
quasi cento anni di distanza rispetto a paesi come Francia e Gran Bretagna.

Il dibattito sul divorzio affonda le sue radici addirittura nell’Ottocento, quando la struttura rigida
della famiglia borghese si scontrava coi lasciti dell’Illuminismo: maggiore libertà dell’individuo
voleva dire meno garanzie ai privilegi di ceto e religione. La legittimazione del divorzio veniva
presentata, da chi era favorevole, come uno degli elementi di “avanzamento” della società. Chi
era contrario la considerava il primo passo per la degenerazione. Il binomio famiglia e società
viaggiava insieme.

Questo connubio era talmente forte che lo ritroviamo nello slogan di Mazzini: “patria, famiglia,
libertà” durante il risorgimento. Come tutti sanno l’unità della penisola sotto la corona dei Savoia
avvenne all’insegna dello scontro rispetto allo Stato Pontificio. In questo clima il dibattito sul
divorzio era ovviamente molto debole. Tant’è che la prima proposta di legge formulata nel 1878
da Salvatore Morelli, deputato “proto-femminista” venne respinta anche da quanti favorevoli al
divorzio. L’emancipazionismo di Morelli viene mitigato nelle numerose proposte di legge che
vennero alla fine dell’Ottocento, comunque rifiutate.

Nel 1901 la questione viene riaperta da due deputati socialisti affrontando anche il problema del
riconoscimento di figli illegittimi. L’anno successivo si rivela quasi “fatidico”: con l’appoggio del
presidente del consiglio Giuseppe Zanardelli, il re stesso annuncia la presentazione della legge
durante il Discorso della Corona all’apertura del parlamento. Ora che la legge viene presentata da
socialisti, la questione si rivela sempre più politica, anche perché trova sostegno nella mobilitazione
femminile italiana, che cresce proprio nei primi del Novecento. Così per la prima volta la stampa
dedica spazio alle discussioni e alle diverse opinioni, stimolando l’opinione pubblica.

Quando la legge sembra ormai essere approvata, entra in gioco la macchina ecclesiastica, con il suo
sistema pastorale. il decreto proposto dalle sinistre venne così bloccato dall’intervento delle forze
cattoliche, che raccolsero tre milioni e mezzo di firme contro la sua approvazione.

Il modello familiare statico e immutabile della “famiglia cattolica” diventerà sempre più un’arma
politica della Chiesa, inteso come “naturale” e sacro, invece che determinato da processi storici e
culturali.
Arriviamo così al fascismo che connota fortemente la famiglia in senso patriarcale e gerarchico:
di divorzio non si deve nemmeno parlare, soprattutto dopo i Patti Lateranensi del 1929, che
equiparano il matrimonio civile a quello cattolico.

Dopo il periodo fascista il discorso fu ripreso nel dopoguerra, in seno all’Assemblea Costituente,
che doveva porre le basi per la ricostruzione della società. Ritorna in gioco il ruolo della
famiglia…..mah intesa come “società naturale” oppure come costruzione storica? A lottare per un
vincolo familiare inteso come naturale e indissolubile era la Democrazia Cristiana, nel tentativo di
presentarsi come custode di sani principi e del conseguente buon funzionamento dello Stato. Lo
scontro tra forze di sinistra e la dc si risolse nel compromesso dell’articolo 29 della Costituzione
Italiana, che recita “La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata
sul matrimonio”. Si evita così una possibile legge sul divorzio.

Uno spazio per la modernizzazione venne finalmente aperto negli anni ‘60. Il boom economico e
la trasformazione dei costumi erano sintomo di un’atmosfera rinnovata. Nella società d’altro canto
cresceva il movimento femminista, che tra le sue rivendicazioni includeva il diritto a sciogliere il
vincolo matrimoniale. Riviste femministe, tra cui Noi Donnefu una delle più importanti, servivano

a diffondere il dibattito, a sensibilizzare l’opinione pubblica. Fu infine Loris Fortuna, deputato
socialista, a presentare la legge sul divorzio che entrò ufficialmente a far parte del Codice Civile.
Questo grazie all’appoggio del partito radicale e della critica sociale dei movimenti politici di
giovani e di donne.

Il referendum abrogativo della legge fu immediatamente richiesto in Corte di Cassazione e si arrivò
al voto nel maggio del ‘74. Le campagne di sensibilizzazione si muovevano nella radio, nella tv e
nelle piazze, scuotendo la società tutta. E’ ovvio che le tante donne che riflettevano e combattevano
contro le discriminazioni di genere e il ruolo di subordinazione della donna, vedevano in maniera
diversa la possibilità di divorziare, non bastava una legge per abbattere l’aspetto patriarcale e
misogino della famiglia.

La chiamata alle urne rappresentò anche un’importante momento di prova per la popolazione
italiana, che, chiamata a decidere tra tra reazione e progresso, scelse la modernità. Il 59% dei
votanti decise di mantenere la legge Fortuna, e così facendo, scardinò definitivamente il dogma
dell’unità familiare. Consapevoli o meno i votanti avevano segnato la storia culturale dell’Italia,
anzi la propria storia. Ma ahinoi il dibattito sulla famiglia non è finito: cambiano le idee sull’amore
e sul rapporto fra i sessi ma le leggi son sempre troppo distanti.

Un esempio sono le coppie di fatto e i matrimoni fra omosessuali. Oppure la scarsa
sensibilizzazione su molestie infantili ed omicidi di donne che avvengono proprio all’interno
della “sacra” famiglia italiana. Sarebbe auspicabile anche una discussione sul rapporto
generazionale tra genitori e figli, a volte costretto all’interno di una cultura familista tutta italiana
per nulla lodevole.


Ascolta VanLoon, la rubrica del Caso Esse: questa settimana, DIVORZIO ALL'ITALIANA
Tags: Referendum

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