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Cosa serviva a Soumayla Sacko

L'ipocrisia dei discorsi commossi e la realtà dell'ignavia a otto anni dai fatti di Rosarno.


di Alessandro Canella
Categorie: Migranti, Giustizia
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Soumayla Sacko

Soumayla Sacko, il bracciante maliano ucciso a fucilate sabato scorso, non aveva bisogno né delle lamiere che stava cercando per costruire una baracca, né della medaglia postuma di “eroe” che gli è stata conferita. Il sindacalista migrante e tutti i braccianti stranieri hanno bisogno che qualcuno spezzi finalmente la catena di sfruttamento, arrivando fino ai mandanti.

Il clamore provocato dall'uccisione di Soumayla Sacko, il sindacalista maliano ammazzato sabato scorso a fucilate vicino a Rosarno, è del tutto casuale. Da quando esiste la tendopoli di San Ferdinando, e sono molti anni, sono diverse le morti di braccianti stranieri. La vittima precedente è stata registrata nemmeno sei mesi fa, nel gennaio di quest'anno, quando in un rogo doloso ha perso la vita Becky Moses.
L'attenzione di oggi, però, è spiegabile solamente con la coincidenza temporale fra l'attentato e l'insediamento del nuovo governo, che al suo interno, con buona pace di ciò che pensa il premier Giuseppe Conte, annovera esponenti razzisti.

È senz'altro questa la chiave per comprendere la veemenza con cui, ad esempio, il Partito Democratico ha incalzato il nuovo esecutivo per fargli dire una parola verso il giovane ucciso. Un atteggiamento e una determinazione che il Pd non ha mostrato per i fatti di Macerata o di Firenze, dopo i quali è prevalso l'imbarazzo, la minimizzazione, a tratti la giustificazione.
Allo stesso modo può essere puntato il dito contro i commossi fiumi di parole versati su alcuni giornali mainstream, gli stessi che titolavano “La ong tedesca (Iugen Rettet ndr) incastrata dai video: 'Soccorsi d'intesa con gli scafisti'”, quando l'ex ministro Marco Minniti, in perfetta linea con il procuratore Carmelo Zuccaro, operavano una campagna di screditamento delle ong che effettuavano ricerca e soccorso in mare. Per non parlare dei quotidiani che, domenica scorsa, scrivevano che l'omicidio di Soumayla e il ferimento dei suoi due amici sarebbe stato innescato da un furto che stavano compiendo.

Di cosa aveva veramente bisogno Soumayla? Delle lamiere che stava cercando in una discarica di rifiuti per costruire una capanna? Della medaglia di “eroe” postuma che gli è stata attribuita? Del riconoscimento formale in un passaggio del discorso d'insediamento del premier?
No, il giovane sindacalista non aveva bisogno di alcuna di queste cose. Ciò che gli serviva, e che serve a tutte le centinaia di altri braccianti stranieri presenti nella Piana di Gioia Tauro e in altri contesti dove si annida lo sfruttamento, era ed è la protezione sociale.
La rivolta di Rosarno avvenne otto anni e mezzo fa, nel gennaio del 2010. Fu quello il momento in cui venne squarciato il velo sul para-schiavismo che si verifica ancora in Italia. A quei fatti seguirono quelli di Nardò, dove a cambiare erano solo i frutti raccolti: non arance ma pomodori. O l'Agro Pontino, dove la comunità sikh viene schiavizzata per la raccolta delle fragole. E poi Castelnuovo Rangone, con la vertenza Castelfrigo, dove al posto degli ortaggi c'è la carne, ma i meccanismi di sfruttamento sono i medesimi.

La “letteratura” è sufficientemente ricca per dire che non c'è alcun esponente politico ed istituzionale che possa ignorare cosa succede nei campi e nella filiera agroalimentare italiana.
Eppure, dopo otto anni e mezzo, tutto è ancora così. Il massimo che hanno fatto le autorità a San Ferdinando è far allestire le tende della Protezione Civile, che sono appena meno disagiate delle baracche autocostruite. Così, sotto il naso delle autorità, continuano ad arrivare i furgoncini dei caporali che scelgono chi lavora e chi no. Nessuna casa, nessuna sistemazione dignitosa, nessun provvedimento serio per scardinare la rete criminale che sta dietro allo sfruttamento della manodopera migrante.
Eppure oggi ci sono più strumenti che in passato: c'è la legge Martina, dal nome dell'ex sottosegretario e attuale reggente del Pd, contro il caporalato.

Anche questo incomprensibile immobilismo ha una spiegazione e non è (solo) il razzismo.
Processare i caporali è molto pericoloso perché in un processo si cerca la verità, si cerca di risalire la catena delle responsabilità e si potrebbe arrivare ai mandanti. E i mandanti, nel caso dello sfruttamento agricolo italiano, sono l'agroindustria e la grande distribuzione organizzata (gdo), due settori su cui si concentra molta della retorica sul made in Italy, sul cibo italiano.
Sono i prezzi praticati dalla gdo sulla merce, infatti, a generare lo sfruttamento. L'agricoltore, se pagasse il bracciante in modo equo e dignitoso, finirebbe sul lastrico perché spesso le tariffe praticate non coprono nemmeno i costi di produzione.
Non è una rivelazione scottante, non è una novità: anche questo lo sanno tutti. Lo sanno tanto a Palazzo Chigi che nel municipio e nella caserma di Rosarno.

E forse è vero che Soumayla non è morto di razzismo. Forse la chiave di lettura è economica: il classismo. Una variante razziale del neoliberismo.
Chi per mesi ha berciato contro i “poteri forti” ora ha l'occasione di dimostrare di volerli davvero combattere per restituire dignità a centinaia di braccianti.

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