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Caso Regeni: l'Italia non parla con l'Egitto ma gli vende le armi

Dalla pena di morte al caso Regeni: gli affari di armi prevalgono su diritti umani e giustizia


di Anna Uras
Categorie: Politica, Giustizia
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Le leggi dell'economia prevalgono sui diritti umani. È la denuncia di Opal Brescia, che punta il dito contro al ripresa a pieno regime dell'esportazione di armi italiane in Egitto, quando dopo più di due anni ancora non c'è stata collaborazione sul Caso Regeni. L'intervista a Carlo Tombola, direttore scientifico di Opal.

Il tribunale di Roma denuncia di non aver ricevuto alcuna vera collaborazione dalla giustizia egiziana nel caso Regeni, avviando proprie indagini su nove agenti egiziani sospettati delle torture e dalla morte del giovane ricercatore italiano, e il presidente della Camera Roberto Fico annuncia – per la stessa ragione – la rottura delle relazioni con il parlamento egiziano. Ma il governo italiano ha ripreso a fornire armamento militare e ‘civile’ all'Egitto. Anzi, si è arrivati alla sponsorizzazione governativa delle aziende italiane del comparto ‘difesa’ (Beretta, Fincantieri, Iveco, Leonardo, Telegi, Tesy-lab) che parteciperanno all’imminente Egypt Defence Expo, in programma al Cairo dal 3 al 5 di dicembre. È la denuncia di Opal Brescia, l'Osservatorio permanente sulle armi leggere aderente a Rete Disarmo, che in comunicato segnala come gli affari legati agli armamenti prevalgano su diritti umani e giustizia.
"Non chiedersi se sia oggi opportuno esportare armi in Egitto - sottolinea Carlo Tombola, direttore scientifico di Opal - a noi sembra una grave mancanza del rispetto della legge. Cioè qui le leggi sono ignorate, così come in Egitto sono ignorate quelle che tutelano un ricercatore che sta facendo il suo lavoro in quel Paese".

Non solo l'Italia ha ripreso a vendere armi all'Egitto, ma conduce affari in quasi tutti i paesi dove è ancora in vigore la pena di morte, e a seguito dell'approvazione del decreto Salvini non è chiaro se verrà tolta la protezione anche ai rifugiati su cui pende o che rischiano di subire una condanna a morte nel proprio paese d’origine. "Esportiamo armi -continua infatti la denuncia di Opal - in paesi che fucilano, impiccano, decapitano, avvelenano o sottopongono a folgorazione elettrica i condannati, paesi che dunque infrangono la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo (1948), la Convenzione europea dei diritti dell’uomo (1953) e le ripetute moratorie sulle esecuzioni capitali approvate dall’Assemblea dell’ONU, documenti che alcuni di questi paesi hanno perfino firmato e ratificato. Il nostro paese mantiene contingenti militari, presta assistenza militare, addestra corpi speciali, e persino partecipa a programmi di cosiddetta Justice Sector Reform in paesi che mantengono la condanna a morte (come il Libano) o continuano a praticare esecuzioni capitali, come l’Afghanistan".

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