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A proposito di ieri

Verso un 25 aprile tutto l'anno.


di Alessandro Canella
Categorie: Movimento
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La partecipazione alle manifestazioni del 25 aprile ci dimostra che l'antifascismo non è morto. Ma oggi appare chiaro che i nemici sono due: il fascismo e la solitudine.

Che bella giornata è stata ieri! Le migliaia di persone in via del Pratello a Bologna o a Monte Sole, le centomila di Milano, le altre migliaia in giro per tutto il Paese hanno celebrato la festa più bella per l'Italia, quella della Liberazione dal nazifascismo.
Una partecipazione che, visti i tempi che corrono, non era affatto scontata. Ma anche questo deve esserci da lezione: attenzione a non far pilotare la nostra percezione dalla propaganda, dalle bolle algoritmiche dei social network, dalla cagnara che questa destra eversiva è capace di fare, amplificata da un'eco in larga parte fittizia.

Trovarsi in mezzo ad una di quelle celebrazioni è stato molto terapeutico. Ci ha dimostrato che i famosi anticorpi antifascisti non sono morti. Magari sono indeboliti nel morale, ma quando si legano, quando si mettono in relazione gli uni con gli altri, sanno ancora sprigionare una potente energia immunitaria. Comunitaria.
L'aspetto che mi ha colpito e rincuorato di più è stato vedere come gli antifascisti non hanno bisogno di una guida politica o istituzionale. Anche dove le istituzioni si mostrano ambigue, dove predicano bene dal palco e razzolano malissimo nei palazzi, non minano i valori del 25 aprile, non inducono alla resa tutta la popolazione. Anzi, le celebrazioni popolari, in questi anni, sono cresciute a tal punto da superare in partecipazione e, per certi aspetti, oscurare i rituali più stanchi e vuoti.

Naturalmente non è mancato chi, dall'umida penombra della propria casa, non ha perso l'occasione, pur da una prospettiva antifascista, per fare pelosi distinguo, per sentirsi migliore nel non partecipare, per puntare il dito contro i presunti eccessi dionisiaci di alcune iniziative. Come se la liberazione non debba essere una festa, come se l'austerità marziale potesse davvero essere un collante, un aggregatore di qualche tipo.
C'è stato anche chi, molto meno fastidiosamente e molto più comprensibilmente, si è interrogato sulla quotidianità, su come le tante persone scese in piazza ieri interpretano l'antifascismo nei restanti 364 giorni dell'anno. Un tema vero, che mette in evidenza mille contraddizioni e incoerenze.

Sia la partecipazione di ieri che la preoccupazione costruttiva per domani, dopodomani, eccetera, ci suggeriscono che oggi il nemico da affrontare non è uno solo, ma sono due.
Da un lato c'è il fascismo, che vuol dire oppressione, discriminazione, disuguaglianza, violenza cieca, razzismo, machismo, omotransfobia e che si annida non solo in chi lo rivendica, ma in una qualche misura viene assorbito anche da chi vi si oppone. È infatti difficile in una società, come quella capitalistica, che premia modelli predatori e penalizza l'equità, liberarsi completamente dai suoi condizionamenti, dalle pressioni e, al tempo stesso, non rischiare di finire nell'emarginazione.
Non è una scusa: chiunque di noi che abbia un po' di consapevolezza ha intrapreso un percorso di emancipazione che è incompleto. Magari è attento sull'equità di genere, ma non riesce a concentrarsi con la stessa forza nella riduzione del proprio impatto ambientale sul pianeta; magari si sbatte per aiutare chi è in difficoltà nel proprio quartiere, ma non considera abbastanza l'impatto sui diritti dei lavoratori che hanno i propri consumi. Eccetera, eccetera.

E allora appare chiaro anche il secondo nemico da combattere: la solitudine. Quel morbo vigliacco che ci fa credere che tutto sia inutile, ci fa pensare che qualunque battaglia sia una battaglia contro i mulini a vento. Trasforma il nostro senso di colpa in una corazza difensiva che esternalizza la rabbia, la riversa sugli altri, sulla loro poca "coerenza", sul loro poco impegno. Induce a percepire giganti le pagliuzze o le travi altrui, dimenticandosi delle proprie. Ci rende pessimisti, nichilisti, rancorosi.
Senza la relazione e il confronto, per quanto faticosi e lenti, non c'è speranza di riscatto. Con essi, si cresce un po' tutti insieme, passo dopo passo, depurandosi del narcisismo da supereroe o del nichilismo del "tutto è perduto", ma costruendo, mattoncino dopo mattoncino, la nostra liberazione.

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