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50 anni dopo Don Milani la scuola è ancora classista

La scuola italiana continua ad alimentare le disuguaglianze.


di Alessandro Canella
Categorie: Istruzione
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Don Milani e i ragazzi della scuola di Barbiana. Foto: donlorenzomilani.it

Cinquant'anni fa il celebre manifesto-denuncia "Lettera a una professoressa", scritto da Don Milani coi suoi allievi. Oggi, in una situazione molto diversa, la scuola mantiene meccanismi classisti al suo interno. L'intervista a Christian Raimo, insegnante, scrittore e giornalista, raccolta al Festival di Internazionale.

Cinquant'anni fa usciva "Lettera a una professoressa", il celebre manifesto-denuncia di Don Lorenzo Milani e degli allievi della scuola di Barbiana. Un dito puntato contro un sistema scolastico che escludeva e negava un ascensore sociale ai figli dei contadini e alle classi più indigenti.
Oggi è cambiato molto nel mondo in generale e anche in quello della scuola, ma i meccanismi che indicava Don Milani sono ancora presenti tra i banchi del nostro sistema di istruzione.

Ne è convinto Christian Raimo, insegnante, scrittore e giornalista, che al tema ha dedicato libri - come l'ultimo uscito per Einaudi, "Tutti i banchi sono uguali" - e reportage pubblicati da Internazionale e altre testate.
Già Don Milani identificava tre elementi per valutare il classismo e l'esclusione delle scuole: la dispersione scolastica, lo scoraggiamento e il (mancato) recupero degli studenti in difficoltà.
"Quegli stessi meccanismi permangono anche oggi nella scuola - osserva Raimo ai nostri microfoni - che non contrasta le diseguaglianze, ma le alimenta o, in alcuni casi, le crea".

Per quanto riguarda la dispersione scolastica, negli ultimi dieci anni sono stati sicuramente fatti dei passi in avanti: il tasso era al 20,8% nel 2006, mentre è sceso al 14,7% nel 2016. "Ancora troppo alto" ha affermato qualche mese fa la stessa ministra all'Istruzione Valeria Fedeli. Soprattutto per il fatto che, una volta usciti dal circuito dell'istruzione, i destini di quei ragazzi sembrano segnati.

La dispersione scolastica, però, sembra essere frutto anche di meccanismi insiti nell'impostazione stessa della scuola, in particolare nel sistema di valutazione - che si vorrebbe oggettivo ma non tiene conto dei gap presenti in origine - e nell'istituto dell'esame finale, che per molti, Raimo incluso, dovrebbe essere semplicemente abolito durante la scuola dell'obbligo.
Nel dibattito pubblico, però, non mancano posizioni aziendaliste o apologetiche di una presunta meritocrazia che mira a riprodurre le disparità. Secondo Ernesto Galli Della Loggia, infatti, l'impostazione democratica avrebbero addirittura distrutto la scuola italiana.

Eppure, la scuola italiana odierna assomiglia più a quella che vorrebbe Galli Della Loggia rispetto a quella anelata da Don Milani. Ciò avviene anche attraverso strumenti come l'alternanza scuola-lavoro  che vengono applicati in funzione del lavoro. "L'alternanza scuola-lavoro ha dei casi luminosi - osserva Raimo - ma spesso viene usata come filtro per allocare risorse nel mondo del lavoro. La scuola, però, non dovrebbe avere la funzione di gestione del personale". E invece ecco i progetti in cui gli studenti vengono impiegati gratuitamente in supermercati o altri settori come manodopera gratuita e senza alcuna funzione formativa.

Del resto, permangono anche i "fatalismi" relativi agli indirizzi scelti: chi proviene da un istituto tecnico o un professionale difficilmente proseguirà all'università e a trent'anni avrà un reddito medio inferiore del 40% rispetto a quello di chi ha frequentato un liceo.

Il terzo punto, quello del recupero, presenta addirittura storture perverse. Nella scuola italiana, infatti, non ci sono corsi di recupero sufficienti rivolti agli studenti che hanno manifestato difficoltà e le famiglie, qualora possano permettersi, sono costrette a rivolgersi alle ripetizioni private.
Anche in questo caso le statistiche parlano chiaro: gli studenti delle superiori che prendono ripetizioni private sono il 50%, mentre la quota negli anni delle medie è del 17%.
La media dell'investimento in ripetizioni di una famiglia è di 1600 euro all'anno: uno scoglio economico di classe.

Se consideriamo che una consistente fetta degli insegnanti della scuola pubblica dà ripetizioni private per integrare il magro stipendio statale, nonostante la legge ponga vincoli che non vengono rispettati, ecco che il cortocircuito si è consumato.

ASCOLTA L'INTERVISTA A CHRISTIAN RAIMO:

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