A pochi giorni dalla manifestazione nazionale di Libera sabato prossimo a Bologna , scopriamo con Gaetano Alessi e Santo della Volpe, quali siano i numeri del fenomeno criminale in Emilia Romagna.

“Il quadro dell’Emilia Romagna è quello di una regione dove sono 11 le mafie presenti (7 straniere e 4 italiane), l’8,4% degli esercizi commerciali paga il pizzo o è vittima di usura, una regione leader per riciclaggio di denaro sporco e per intimidazioni a uomini di stato e giornalisti. Una regione, insomma, dove le mafie, dal 1984 col gruppo Ferruzzi, sino ad oggi con le risultanze dell’inchiesta Aemilia, hanno sempre fatto affari con le più grandi aziende di questa regione.” Nulla di lusinghiero per la nostra regione, insomma, emerge dal dossier “Emilia-Romagna Cose Nostre. 2012-2014 cronaca di un biennio di mafie in Emilia-Romagna” realizzato da Gaetano Alessi, Massimo Manzoli e Davide Vittori, presentato ai nostri microfoni dallo stesso Alessi.  

Dal traffico di stupefacenti a quello di armi al Porto di Ravenna, dalle bische all’edilizia, la criminalità organizzata conta su una presenza tentacolare nel nostro sistema produttivo. “Il punto di partenza (della penetrazione mafiosa,ndr) è nella legge sui sorvegliati speciali, che porterà in Emilia, dal 1958 fino al 1994, 3600 esponenti della criminalità organizzata.  Il bello dello studio -spiega il giornalista- è che in regione non arrivano le mezze calzette, ma tutti i capi delle mafie a cominciare da Procopio di Maggio, fino a Giacomo Riina, Tano Badalamenti e Antonio Dragone. Oltre al dato numerico è importante la qualità dei mafiosi che arrivano e che avevano scelto di fare dell’Emilia-Romagna la piattaforma degli affari nel nord Italia.”

L’idea che gli esponenti della criminalità siano di origine meridionale è “una storiella che ci hanno raccontato, alla quale questa regione ha voluto credere. Gli affari veri tra mafia ed economia di questa regione risalgono agli anni ’80, e non erano stati i mafiosi a venire. Erano state piuttosto le aziende del nord a chiamarli, perchè volevano poi realizzare le grandi opere nel meridione. Nel 1984 il gruppo Ferruzzi, solo per fare qualche esempio, fa un accordo col gruppo Buscemi, “i ministri dei lavori pubblici di Cosa Nostra, perchè era appena subentrata la legge Rognoni-LaTorre che sequestrava i beni ai mafiosi. Il gruppo Ferruzzi sollevò e acquisto le aziende dei Buscemi e fecero lo scambio: le aziende del nord andaro al sud a lavorare e quelle del meridione andaro al nord a fare altri lavori. Ma non furono infiltrati -attacca ancora Alessi- furono chiamati perchè garantivano nel sud che l’azienda del nord potesse lavorare in tutta tranquillità. Non è un caso che oggi tutte le grandi opere pubbliche nel meridione siano gestite da aziende emiliano romagnole.”

Lo studio di Alessi, naturale prosecuzione di quelli realizzati negli anni precedenti, si focalizza con particolare attenzione sulla Romagna, una sorta di crocevia di affari illeciti, grazie “a quel paradiso fiscale che è San Marino” che da sempre costituisce, per il giornalista, una sponda non soltanto per le mafie ma per tutta l’economia di questo paese. Quest’ultimo è il motivo per il quale, sempre secondo Alessi, San Marino non è mai stato toccato. 

In un contesto così definito, Gaetano Alessi si lascia sfuggire una battuta amara: “In Emilia la Mafia è l’unica lega cooperativa che funziona.”

Ascolta le interviste a Gaetano Alessi e Santo Della Volpe