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Lotta all'Isis: l'Occidente sta sbagliando tutto

Un'analisi delle strategie per contrastare lo Stato Islamico.


di Alessandro Canella
Categorie: Politica, Esteri
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Le armi occidentali finite nelle mani dell'Isis e i bombardamenti che fanno il gioco dei terroristi. La risposta alla strage di Parigi è partita con un piede decisamente sbagliato. Gli esperti spiegano perché.

In un articolo pubblicato da Famiglia Cristiana lo scorso week end, il vicedirettore Fulvio Scaglione invitava a calare la maschera dell'ipocrisia sulla lotta all'Isis. Secondo il giornalista tutti sanno cos'è lo Stato Islamico, chi lo ha creato, chi lo finanzia e lo rifornisce di armi e, di conseguenza, come combatterlo.
L'articolo di Scaglione è circolato molto, forse perché non ci si aspettava un'uscita così esplicita di Famiglia Cristiana, ma i contenuti non sono certo una novità.

Il 25 settembre del 2014, ad esempio, pubblicavamo un articolo in cui spiegavamo, grazie al contributo di esperti, come l'Isis fosse un "mostro sfuggito di mano all'Arabia Saudita". In particolare veniva spiegato come, attraverso fondazioni private, immensi capitali sono arrivati dall'Arabia Saudita, ma anche da Qatar e Kuwait, a quello che ora è diventato un Califfato, e che la sua funzione originaria doveva essere il contenimento dell'Iran.

A questi Paesi, negli ultimi mesi, si è aggiunta più o meno implicitamente la Turchia, che ha mantenuto e continua a mantenere una posizione ambigua nei confronti dei terroristi, equiparando a loro la resistenza curda, che è l'unica a combattere e fare arretrare sul campo gli jihadisti. Dopo gli attentati di Parigi, ad esempio, il governo di Erdogan ha pensato bene di tornare a bombardare gli avamposti curdi.

IL COMMERCIO DI ARMI
Ma la responsabilità è solo di questi Paesi o l'Occidente ha giocato e gioca un ruolo? Secondo Giorgio Beretta dell'Osservatorio Permanente sulle Armi Leggere (Opal) la responsabilità c'è eccome ed è dovuta alle forniture di armi di Italia, Stati Uniti e altri Paesi occidentali verso altri Paesi dove ci sono forti tensioni, se non veri e propri conflitti. "Abbiamo dato armi alla Libia, alla Siria e all'Iraq, tanto per fare alcuni esempi - racconta Beretta - Un documento del Pentagono certifica che in Iraq si è persa traccia di interi arsenali o addirittura si sa che sono passati nelle mani dell'Isis".
 
Non solo: l'Opal ha documentato la fornitura all'Arabia Saudita di bombe RWM, prodotte in Sardegna. "Ricordiamo che l'Arabia Saudita è intervenuta in Yemen senza alcun mandato dell'Onu, provocando 2600 vittime civili. Dopo il conflitto l'Isis, che non era mai stato presente nello Yemen, controlla ampie fette del Paese".
Tutto ciò è avvenuto nonostante la legge italiana, la 185/1990, vieti espressamente le esportazioni di armi verso Paesi in guerra. "Ci sono state numerose interrogazioni in Parlamento su questo tema - spiega Beretta - ma il ministro degli Esteri non ha mai risposto". E la settimana scorsa Matteo Renzi ha fatto una visita ufficiale nel Paese, per stringere accordi commerciali.

Per l'Opal, dunque, stiamo foraggiando direttamente o indirettamente il conflitto, che ci torna in casa con gli attentati, come a Parigi, o con le masse di profughi che scappano da quelle guerre.
"Penso che in realtà ci sia la volontà politica di tenere alto il livello di insicurezza - sostiene Beretta - come è testimoniato anche da alcuni editoriali, tra cui quello del Corriere della Sera di ieri, in cui si sosteneva che, vista la situazione, dovremmo abituarci a vivere senza alcune delle libertà che abbiamo avuto finora".
Per contro, la politica non sembra avere alcun interesse a smettere di fornire armi a regimi dittatoriali, poiché è lo Stato, attraverso Finmeccanica, che fa ricavi dalle esportazioni.

L'Italia, però, non fornisce solamente bombe. Si trova anzi ai primi posti delle classifiche di esportazioni di armi leggere. "Abbiamo appena rifornito l'Algeria e anche all'Egitto di Al Sisi abbiamo dato 30mila pistole", spiega Beretta.
Quando non vendiamo armi vere e proprie, vendiamo componenti, com'è successo nel caso della Turchia, dove esistono fabbriche collegate a quelle italiane, ma dove non vi sono controlli sulle esportazioni.

Eppure la soluzione sarebbe a portata di mano. "Esiste il Trattato Internazionale sul Commercio di Armi, che Stati Uniti, Russia e Cina non hanno ratificato, ma i Paesi Europei sì - ricorda il portavoce di Opal - Basterebbe non vendere armi a Paesi che non hanno sottoscritto il trattato".

LE STRATEGIE DI CONTRASTO AL TERRORISMO
Se le lacrime dei governi occidentali sono ipocrite, però, le strategie che sembrano profilarsi all'orizzonte per il contrasto dell'Isis - con i bombardamenti francesi già cominciati e l'appoggio promesso dall'Ue - sono addirittura "bestiali".
La pensa così Aldo Giannuli, esperto di servizi segreti, che spiega come il problema sia che si sta facendo il gioco dell'Isis.
"L'Isis, come tutti i fondamentalisti - spiega Giannuli - ha come suo nemico non tanto l'Occidente, quanto le classi dirigenti dei Paesi arabi del Medioriente e del Nordafrica".

L'obiettivo del Daesh, dunque, è quello di delegittimare le classi dirigenti nazionali per costruire la superpotenza islamica. "La guerra all'Occidente - continua l'esperto - serve a dimostrare ai musulmani che le classi dirigenti al potere sono corrotte e serve dell'Occidente. Con gli interventi militari euro-americani, senza una strategia complessiva che includa russi, cinesi e indiani, confermiamo questa narrazione".

L'Isis potrà quindi anche essere sconfitto, ma dalle sue ceneri, secondo Giannuli, nasceranno altre cellule, altri Califfati, come è successo con Boko Haram in Nigeria e come potrebbe ancor peggio succedere in Pakistan.
"Non li stavamo già bombardando da un anno? - si domanda l'esperto - Non mi pare che i bombardamenti francesi di qualche settimana fa, fatti con l'obiettivo di prevenire attentati, abbiamo ottenuto il risultato sperato".

Dopo 14 anni dall'attacco alle Twin Towers, tre guerre fatte, 3mila miliardi di dollari spesi e un apparato tecnologico mai visto prima, i terroristi scorazzano ancora liberamente per le città facendo stragi. È evidente che la strategia della War on Terror non ha funzionato.

Una strategia più seria, secondo Giannuli, prevede altre misure. "Per prima cosa bisogna convincersi che i terroristi siano criminali ma non siano pazzi, cioè seguono una logica, che va contrastata anzitutto politicamente. Poi deve esserci anche un contrasto di tipo psicologico: com'è possibile che 3mila giovani nostri si siano convertiti e siano andati a combattere con l'Isis? Bisogna comprendere le ragioni profonde".
Anche per le azioni di polizia Giannuli ha un suggerimento: "Non bisogna metterle in primo piano, devono essere di supporto e di contorno".


Ascolta l'intervista a Giorgio Beretta

Ascolta l'intervista ad Aldo Giannuli

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