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Lo "squallore senza fine" della classe politica siciliana

Un'inchesta della Gdf rivela: voti comprati per pochi spiccioli e alimenti per i bisognosi venduti ai supermercati.


di Alessandro Albana
Categorie: Politica, Giustizia
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Nino Dina, Roberto Clemente e Franco Mineo

Voti passati da politico a politico o venduti a cinque euro, coinvolgimento di esponenti delle famiglie mafiose, alimenti destinati ai bisognosi venduti in un "mercato parallelo" o scambiati in cambio di un voto. È lo spaccato della politica siciliana che viene fuori dall'indagine condotta dal Nucleo di Polizia Valutaria della Guardia di Finanza di Palermo, e che ha portato all'arresto di tre nomi grossi della politica isolana la settimana scorsa.

"Questi politici promettevano posti di lavoro in cambio del sostegno elettorale". Questa, in sintesi, la vicenda che ha portato all'arresto dei deputati regionali siciliani Nino Dina (Udc), Roberto Clemente (Pid) e dell'ex onorevole Franco Mineo. I tre sono finiti agli arresti domiliari, ma la misura cautelare è stata poi sospesa.

Coinvolto nell'inchiesta c'è poi Giuseppe Bevilacqua, altro politico siciliano, che "era stato candidato alle comunali, ma non ce la fece pur totalizzando circa mille e duecento preferenze", come ci rivela Riccardo Lo Verso, giornalista di Live Sicilia che si è occupato della vicenda. Bevilacqua non ottenne l'elezione a causa del sistema di ripartizione dei seggi. "A quel punto avrebbe deciso, secondo l'impostazione della procura, di mettere quel pacchetto di voti a disposizione di altri candidati, e avrebbe trovato quelli disposti a pagare", spiega Lo Verso.

Quelli disposti a pagare sarebbero proprio i tre finiti agli arresti domiciliari. Il trasferimento di voti da Bevilacqua ai tre avenniva con metodi oramai tradizionali: "parliamo di voti in cambio di favori, assunzioni in società finanziate con soldi pubblici, in associazioni e asili nido". Non è mancato neanche il coinvolgimento di Cosa Nostra: "appaiono - secondo quanto ricostruisce il giornalista - figure di mafiosi conclamati che avrebbero garantito, secondo l'accusa, il pacchetto di voti a Bevilacqua, che poi lo girava agli altri candidati.
Gli indizi ci sono e le prove pure ma, come spiega Lo Verso, "i casi di scambio elettorale politico-mafioso oggi sono molto difficili da dimostrare". Il dato, comunque, c'è, e "al di là dell'aspetto tecnico-giuridico" è chiaro che in questa vicenda "Cosa Nostra c'è".

Ma cè di più. Se le intercettazioni del secondo capitolo di Mafia Capitale emerse ieri raccontano di un Salvatore Buzzi, capoccia delle cooperative, impegnato a spiegare che "la mucca [il sistema di gestione dell'accoglienza di migranti e rifugiati, ndr] deve mangiare per essere munta", anche per la politica siciliana il cibo è importante. "Non solo si pagavano voti a cinque euro - rivela ancora Lo Verso - ma in questo marasma i beni di prima necessità, la pasta, il pane, i formaggi, che venivano raccolti dal Banco della Carità per essere poi dati ai poveri, venivano sfruttati per accapparrarsi consenso elettorale, della serie 'ti do un sacchetto della spesa e tu mi garantisci il voto' oppure, peggio, venivano venduti al mercato parallelo a prezzi stracciati. Tutto un capitolo ancora da sviluppare, ma che dà un'immagine di squallore enorme" e che è costato a Bevilacqua la contestazione dei reati di peculato e malversazione dei soldi comunitari. Quegli alimenti, infatti, erano stati acquistati con soldi pubblici e fondi europei.

Uno spaccato, non il primo, che rileva la ripugnanza di una classe politica, siciliana e non solo, che ha abituato al suo squallore ma che non manca di sorprendere a ogni tornata elettorale. "È disarmante che questo accada a Palermo, la quinta città italiana, dove sacche di cittadinanza barattano il proprio voto per un piatto di pasta".


Ascolta l'intervista a Riccardo Lo Verso

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