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Finanziaria, se abolire il regime dei minimi strozza i freelance

La finanziaria complica la vita dei giornalisti a partita iva.


di Alessandro Canella
Categorie: Lavoro
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Nella Legge d Stabilità in discussione in Parlamento è presente un provvedimento che, con il nobile scopo di stroncare il fenomeno le false partite iva, rischia di strozzare i freelance. Il regime dei minimi viene abolito e dalla tassazione agevolata al 5% si passa al 15%. Il rischio è che i datori di lavoro scarichino i costi sui collaboratori. Ci sono però ipotesi di modifica per un'abolizione graduale.

C'è chi l'ha già definito "il Jobs Act dei freelance" e chi, più semplicemente, una stangata per i lavoratori autonomi. Il provvedimento che modifica il regime fiscale delle partite iva inserito nella Legge di Stabilità 2016 del governo, approdata da poco in Parlamento, fa discutere. In particolare, i maggiori problemi li crea il nuovo regime forfettario che dovrebbe sostituire in toto il vecchio e tanto apprezzato regime dei minimi.

Il nuovo sistema abolisce le agevolazioni previste, con una tassazione ferma al 5% per 5 anni, e prevede invece un'aliquota unica più alta, pari al 15%.
I rumors parlano di modifiche prima che scoppi la rivolta, con eventuali sconti per le start up e la possibilità di un'abolizione graduale che esenti le partite iva già attivate, ma per il momento la legge che il Parlamento si trova a discutere prevede un impianto che comporta un aggravio per molti freelance.

Il ministro del Lavoro Giuliano Poletti ha giustificato il provvedimento con la lotta alle false partite iva, collaborazioni imposte dal datore di lavoro per risparmiare sul costo della manodopera, ma che nascondono vere e proprie posizioni di lavoro dipendente. Il rischio però è, come spesso accade, che gli aggravi vengano fatti pagare ai lavoratori.

Ma quali sono le conseguenze concrete che una modifica del genere può provocare? A spiegarle ai nostri microfoni è Antonino Caffo, giornalista freelance che collabora con testate del calibro di Panorama e La Stampa.
Caffo ha firmato un post su Medium.com, intitolato "Mio papà fa il freelance", in cui mette nero su bianco la traduzione quotidiana che un giornalista freelance vive, specie se ha famiglia e figli.

"La storia che racconto è inventata, ma verosimile - precisa il giornalista - E in particolare si concentra su un esempio, quello di un figlio che considera il lavoro freelance del padre come positivo, perché può lavorare da casa. Un'idea che un bambino può avere, ma che hanno purtroppo anche molte altre persone in Italia". A partire dai committenti, che ai freelance applicano remunerazioni diverse da quelle dei dipendenti o non tengono conto della reperibilità fuori dagli orari d'ufficio.

Stando al tema dell'iva, però, l'effetto è concreto: su una remunerazione lorda di mille euro al mese, col regime dei minimi le tasse da pagare allo Stato erano di 50 euro, mentre ora diventano di 150. Dal lordo però, ricorda Caffo, bisogna togliere anche ciò che va versato agli enti previdenziali e ad eventuali pensioni integrative, restringendo di molto la quota netta di cui un lavoratore e la propria famiglia possono beneficiare.

Se passasse così com'è, il provvedimento strozzerebbe i freelance (non solo nel campo del giornalismo) che vivono già in una situazione di precarietà. "Quando Renzi ha dato gli 80 euro ai lavoratori dipendenti - ricorda Caffo - si aprì una discussione per estendere una misura del genere anche ad altre categorie, come appunto i freelance. Ad oggi, però, non abbiamo visto nulla del genere".


Ascolta l'intervista ad Antonino Caffo

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