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Per impedire che pasquetta, 25 aprile e 1 maggio siano giorni lavorativi per gli addetti del commercio, i sindacati proclamano lo sciopero. Le liberalizzazioni degli orari del governo Monti continuano a colpire, ma in Parlamento si discutono timide modifiche alla legge.

Per il governo Monti non c’era santo che tenesse, men che meno anniversari della Liberazione o feste dei lavoratori. Le liberalizzazioni degli orari degli esercizi commerciali, sanciti dal primo dei governi italiani filo-austerity, continuano a manifestare i propri effetti e, man mano che passa il tempo, la sacralità di feste nazionali, come quelle citate, si stempera in favore di occasioni di profitto per le aziende, magari col ricatto della crisi nei confronti dei lavoratori.

È il caso della Coop di Livorno, che terrà i propri punti vendita aperti durante la festa della Liberazione. È il caso di tanti negozi di tutta Italia che, facendo forse meno clamore, non consentono comunque ai lavoratori di trascorrere le festività insieme alle proprie famiglie.
“Casi di questo tipo che coinvolgano la cooperazione nella nostra regione per il momento non ce ne sono – fa sapere Veronica Tagliati, segretario della Filcams regionale – Anzi, attraverso accordi sindacali aziendali si è arrivati a stabilire chiusure per scelta, nonostante la legge consenta l’apertura”.

Anche quest’anno Cgil, Cisl e Uil confermano la netta contrarietà alle aperture festive nel settore del commercio e per le giornate festive del 6 aprile (lunedì di Pasqua), del 25 aprile e 1 maggio proclamano una giornata di astensione dal lavoro dei lavoratori del commercio e degli addetti di tutte le attività svolte all’interno dei centri commerciali.
L’iniziativa sindacale si colloca all’interno della “Sundays Alliance” europea, con la quale si ricorda ai lavoratori che, sulla base delle norme contrattuali vigenti, potranno rifiutarsi di effettuare prestazioni lavorative, senza incorrere in nessuna sanzione.

Per evitare, però, che il copione si ripeta ogni anno, serve una modifica legislativa nazionale.
In Parlamento, a questo proposito, giacciono norme che non soddisfano i sindacati. “Se da una parte le modifiche potranno permettere agli enti locali e alle parti sociali di ridiscutere di orari di apertura degli esercizi commerciali nei territori – spiega ai nostri microfoni Tagliati – dall’altra, ponendo il solo vincolo della chiusura in appena 6 festività, sostanzialmente non risolveranno il problema”.