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Latinoamerica, il continente in evoluzione che non riusciamo a capire

Per Gennaro Carotenuto il continente latinoamericano sfugge spesso ai nostri criteri interpretativi


di Francesco Ditaranto
Categorie: Esteri
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L'America Latina è un continente particolare, in un'evoluzione veloce, talvolta feroce, che spesso sfugge ad un'analisi troppo legata ai parametri europei. Ma, soprattutto, è un continente che non può essere compreso se non nelle sue molteplici componenti. Gennaro Carotenuto racconta come il continente si sta trasformando.

E' difficile parlare di America Latina, perchè un errore di metodo è già rintracciabile nella definizione America Latina. Non si può, per usare altre parole, parlare di questo continente considerandolo un unicum organico e monolitico. Per avvicinarsi alla difficile comprensione delle dinamiche che regolano l'evoluzione dei paesi latinoamericani, si deve, innnanzitutto considerare l'enorme varietà di caratteri peculiari che caratterizzano i vari stati del continente.Solo così, forse, si può arrivare ad un'interpretazione più lucida di quanto si move sotto la frontiera tra Stati Uniti e Messico.

"Dopo il crollo dell'Argentina neo-liberale, all'inizio degli anni 2000, sono saliti alla ribalta dei partiti che hanno rinnovato i percorsi storici della sinistra progressista, in alcuni casi definita socialista, che hanno messo in piedi programmi che contenessero, prima di tutto l'esclusione sociale" spiega Gennaro Carotenuto, docente universitario, giornalista e blogger.

"Figure come Chavez, Kirchner e Lula da Silva, putroppo scomparse prematuramente, hanno promosso un contesto d'integrazione del continente, invertendo il percorso storico per il quale, non si muoveva foglia in America Latina, che gli Stati Uniti non volessero. Se Dilma Roussef -continua Carotenuto, facendo riferimento alle elezioni presidenziali brasiliane appena tenutesi- non avesse vinto le elezioni si sarebbe arrestato il progresso iniziato da Lula. Nonostante la stampa europea abbia enfatizzato le proteste contro la presidente, si deve considerare che in questi anni, 50 milioni di brasiliani sono usciti dalla povertà, andando a ingrossare il ceto medio."

Carotenuto ci tiene a spiegare anche il "fenomeno Mujica" in Uruguay, una "presidenza che è parte di una storia che va oltre Mujica stesso, e affonda le sue radici nell'esperienza dei Tupamaros, e nei 13 anni vissuti da Mujica in detenzione come ostaggio della dittatura militare. Purtroppo in Italia si tende ad esaltare il personaggio e non il percorso." A margine di queste riflessioni il giornalista si lascia scappare un pronostico per le elezioni che dovranno designare il successore del presidente Mujica, e indica in Vasquez, candidato di centro-sinistra e sodale di Mujica, il probabile presidente.

Un'ultima, drammatica, valutazione è riservata al Messico. "Nel paese c'è una guerra civile dal 2006 mascherata da lotta al narcotraffico. In realtà si potrebbe dire che ci sono due grandi lotte in Messico. La prima è traartelli, volendo indicare con questa espressione la classe dirigente tutta e la classe politica tutta. Basti pensare ai 15 mila morti di Ciudad Juarez, la cui ragione profonda sta nel tentativo di cambiare con la forza l'establishment. Ma in un paese nel quale, i narcos hanno una capacità di corruzione incredibile, c'è una seconda lotta. Nell'assenza di una dialettica politica normale, è in atto una guerra sociale, nella quale i movimenti sociali sono vittime" conclude amaramente Carotenuto.


Ascolta l'intrvista a Gennaro Carotenuto

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