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In esilio: Il teatro che abbatte gli stereotipi senza parlare

Il regista georgiano Levan Tsuladze incanta a Vie Festival con il suo spettacolo senza testo Begalut -In esilio. 


di Simona Sagone
Categorie: Teatro
Begault

Penultima giornata dell'edizione 2017 di Vie Festival, teatro Storchi stranamente non pieno, si attende l'apertura di sipario sulla prima della nuova produzione del regista georgiano Tsuladze  che a Modena ha già portato in passato Memorie di un pazzo  di Gogol' e La tartaruga  di Pirandello.

Mezza sala, buio e gli spettatori vengono trasportati in una dimensione altra, come se fisicamente ognuno di noi, insieme agli attori della compagnia, avessimo superato le quinte del teatro, ci fossimo infilati nel fondo di un vecchio armadio di legno intagliato, finendo oltre l'anta, in palcoscenico, come proiettati oltre lo specchio di Alice.  

Non nella tana del bianconiglio ci ritroviamo, bensì in una vecchia casa in cui coabitano due famiglie ebree negli anni '30. Una casa piena d'allegria, di profumi di cibi succulenti e di affetti.

Il regista è riuscito ad usare comicamente i ruoli familiari facendo sì che ogni personaggio diventasse l'emblema del ruolo sociale interpretato: c'è la vedova con due giovinotti, la madre premurosa di figlie femmine in età da marito, il padre accomodante, giovani innamorati, la moglie devota, la signora snob col marito traditore, la seduttrice.

La trama, ispirata da frammenti di romanzi sull'identità del popolo ebraico, sulla sua sofferenza ed esilio millennario, si compone col rapido passaggio da una situazione quotidiana all'altra della tranquilla vita delle due famiglie, in un succedersi di piccole schermaglie originate dalla coabitazione, corteggiamenti, baci rubati, invidie tra vicini, matrimoni e nascite, tradimenti e perdono.

Non una parola esce dalle bocche degli attori, lo spettacolo non ha testo, i significati vengono veicolati dall'azione scenica, da lievi danze gioiose e dalla travolgente musica ebraica. La partitura scenica è organizzata in modo da dare vita a un meccanismo perfetto fatto di micro azioni e reazioni, entrate e uscite in scena attraverso ante di armadi e sportelli di vecchie credenze, è tutta un fuoco di fila di gag tipiche del cinema muto e del vaudeville.

Tsuladze ha ancorato ogni attore al proprio ruolo stereotipato. Con la riproposizione continua della tipicità delle azioni legate al ruolo sociale incarnato, ha fatto in modo di arrivare a mandare in frantumi lo stereotipo a ogni risata del pubblico. Ha raccontato una società in cui la donna non poteva che interpretare il ruolo di figlia obbediente, fidanzata, moglie docile, madre disposta a sacrificare ogni proprio bene materiale e tutta se stessa per i figli, oppure quello di serva o puttana. Non c'era alternativa.

Lavorando sugli stereotipi legati ai ruoli nella famiglia, la compagnia ha preparato il terreno per passare dal piano familiare a quello sociale e politico. Le due famiglie rappresetate sono di cultura ebraica.

Se ogni madre è un'icona, la madre ebrea è ancor di più emblema all'ennesima potenza della maternità e della protezione dei figli; se ogni nonna è generosa con i nipoti, la ricca vecchia ebrea o è emblema di tirchieria o, al contrario, come in questa pièce, è emblema di prodigalità e della ricchezza ebraica; se ogni padre di famiglia è attento a risparmiare sulle spese di casa, il padre ebreo è simbolo di estrema risparmiosità.

Attraverso piccole azioni quotidiane, tra un sorriso e una piena risata, gli attori hanno ricostruito in scena i pregiudizi legati all'ebraicità, che fungono da fondamenta e da giustificazione delle terribili persecuzioni del popolo ebraico che hanno portato in europa a sei milioni di morti durante il regime nazista.

Come nel famosso film di Chaplin, Il grande dittatore, una sola frase viene pronunciata in tutto lo spettacolo, quasi sul finale. Se Chaplin aveva pronunciato il famoso discorso pacifista che voleva mettere in guardia i potenti dalle conseguenze delle proprie terribili azioni, qui per ottenere lo stesso obiettivo demolitore, viene enunciato un proclama anti ebraico, letto da un giornale dal marito traditore appartenente alla famiglia cristiana ortodossa della porta accanto. La stampa, al servizio di disegni politici più alti, insinua il sospetto della pretesa sete di potere ebraica, porta bravi cittadini ad avere paura che i ricchi ebrei possano affamare il resto della popolazione conducendoli sulla via prima dell'insulto rivoltolto ad innocenti famiglie ebree, poi a vere e proprie persecuzioni e uccisioni di massa.

Dove fino a pochi momenti prima esistevano rapporti di buon vicinato tra famiglie di diverso credo religioso e diversa estrazione sociale, una volta insinuato il sospetto, acceso il fuoco della paura, si arriva al coraggio di dare la morte al vicino di casa e di depredare ogni loro bene, coraggio originato dalla convinzione di rendere un servizio all'umanità.

Lo spettatore, senza bisogno di complessi discorsi, solo osservando l'azione scenica, vede crollare le fondamenta di ogni pregiudizio, tanto quelli anti ebraici, come quelli legati all'essere donna, madre, marito, suocera. Ad uno ad uno si sgretolano gli stereotipi, mano a mano che vediamo cadere, per mano amica, i membri delle due famiglie ebree. E' come un castello di carte che crolla rovinosamente sul palcoscenico.

Le parole, tra l'altro in georgiano, non tradotte, del proclama anti ebraico, riportate sul programma di sala, riecheggiano nelle nostre menti per tutta la scena finale, perchè le conosciamo già, le abbiamo incontrate mille volte, lette sui libri, ascoltate nei documentari, sentite nei film sulla shoà. Col passaggio della morte nera sui corpi senza vita, ci rendiamo conto dell'inconsistenza di ogni stereotipo sociale che sia legato alla maternità o alla religione. Crollano, senza parole, le nostre difese.

Un applauso liberatorio investe la compagnia e conforta gli spettatori. Senza parlare, con i soli mezzi del gesto teatrale, Tsuladze con i suoi attori danzatori del Kote Marjanishvili State Drama Theatre  è riuscito contemporaneamente a togliere ogni giustificazione ai pregiudizi anti ebraici e a liberare ciascun spettatore dall'obbligo di accettazione tacita del ruolo associato al proprio essere uomo o donna nella società borghese.

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