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Landini: "Renzi rianima la destra, un referendum sul Jobs Act"

L'intervista al segretario nazionale della Fiom Maurizio Landini.


di Alessandro Canella
Categorie: Lavoro
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A due giorni dall'avvio della festa nazionale della Fiom, Maurizio Landini interviene ai nostri microfoni e torna a lanciare l'idea di un referendum per abrogare il Jobs Act. La Coalizione Sociale si ritroverà a settembre per unire le lotte per casa, scuola e cultura, con l'idea di rendere praticabile il reddito minimo. Su Renzi: "Ha sempre meno consenso e con le sue politiche sta rianimando la destra".

Sarà Bologna il palco nazionale della Fiom, che dal 25 al 28 giugno darà vita a "Unions", la festa nazionale dei metalmeccanici Cgil al Parco delle Caserme Rosse. In uno dei momenti più difficili per i lavoratori, con l'ultimo dardo velenoso della videosorveglianza contenuto nel Jobs Act, la Fiom conta di fare da perno per la coalizione sociale, al fine di unire un mondo del lavoro e sociale disaggregato.
Ai nostri microfoni, il segretario nazionale della Fiom, Maurizio Landini, spiega le sue idee e fa un'analisi sulla situazione attuale.

Landini, questa festa inaugura con brutte notizie per i lavoratori, come l'ultimo decreto attuativo del Jobs Act sulla videosorveglianza.
"Si conferma una logica di riduzione dei diritti e di mano libera alle imprese di licenziare, assumere, demansionare, videosorvegliare. A me sembra una regressione molto pericolosa perché stiamo parlando di persone, di diritti delle persone ad utilizzare la loro intelligenza nei luoghi di lavoro, mentre viene avanti l'idea che considera il lavoro una merce che può essere comprata e venduta. Si sta confermando il fatto che il Jobs Act, più che servire per creare lavoro, sembra il Porcellum del lavoro, un arretramento, quindi sindacalmente noi dobbiamo mettere in campo iniziative contrattuali, di mobilitazione, ma non escludere nemmeno iniziative per cancellare leggi sbagliate. Su questo dobbiamo aprire una discussione nel Paese, perché rimane il lavoro precario, rimane la disoccupazione, rimangono le partite iva. Dobbiamo unire tutte queste forme di lavoro e batterci perché si cambino le politiche economiche e sociali di questo governo che sono sbagliate".

A proposito del Jobs Act, pensa che i sindacati abbiano fatto tutto il possibile per cercare di opporsi a questo provvedimento?
"Siamo arrivati fino allo sciopero generale, se ricordate, prima dei metalmeccanici, e poi di tutta la Cgil e la Uil, vi sono state anche diverse valutazioni tra i sindacati. Io credo che oggi sia necessario rilanciare con forza un'azione, perché l'obiettivo del Jobs Act non è solo ridurre i diritti, ma è cancellare anche i contratti nazionali di lavoro. Non a caso Confindustria sta già dicendo che il modello da estendere nel nostro Paese è quello della Fiat, ed è evidente che attraverso la crisi si tenta di cambiare il sistema di relazioni sindacali e di svalorizzare completamente il lavoro. Quindi io credo che non abbiamo fatto a sufficienza. Abbiamo fatto ma non siamo riusciti a bloccare e a contrastare questo disegno e allora ci dobbiamo porre il problema del perché non ci siamo riusciti e cosa fare per cancellare, non fare applicare delle leggi sbagliate. La nostra proposta di coalizione sociale nasce proprio per questa ragione: il fatto che c'è troppa divisione nel mondo del lavoro e troppa contrapposizione tra le varie forme di lavoro. Dobbiamo unificare le nostre battaglie e le nostre lotte e porci il problema di come si cancellano forme di lavoro sbagliate e leggi sbagliate, sia sul piano della contrattazione, ma anche su come si possano cancellare forme sbagliate di questo genere, cioè delle leggi, quindi non escludendo nemmeno una discussione sugli strumenti referendali e, allo stesso tempo, facendo contrattazioni sui luoghi di lavoro e impedendo che vengano applicate le cose peggiori del Jobs Act nei posti di lavoro".

A proposito di referendum, veniamo da una stagione in cui, nonostante chiare manifestazioni, anche nelle urne, da parte dei cittadini, poi la politica ha disatteso i risultati. Rimane quindi il problema della rappresentanza.
"Non c'è alcun dubbio che siamo di fronte ad una crisi della democrazia di questo Paese. Quando si arriva ad un 50% dei cittadini che non votano, se ricordiamo nella nostra regione siamo arrivati addirittura al fatto che il 63% non ha votato, questo rende chiaro come la maggioranza delle persone non si senta rappresentata da nessuna forza politica e questo è oggettivamente un problema serio, che va affrontato per quello che determina. Io penso che per affrontarlo sia necessario rimettere al centro delle discussioni, delle iniziative sindacali, ma anche della ricostruzione di una cultura politica, che rimetta al centro i problemi delle persone: il diritto al lavoro, il diritto all'istruzione, il diritto alla salute, il diritto alla casa, ovvero che si rimetta al centro un'idea di società, di modello sociale fondato sulla giustizia e non sulla disuguaglianza, che è fondato sulla democrazia e non sul comando e l'arbitrio e che rimette al centro le persone, la loro intelligenza e che apra una discussione vera in questo paese su quello che c'è da fare, su come produrre e in più dobbiamo sapere che molti dei problemi sono figli dell'Europa. Vorrei ricordare a tutti che le politiche fatte dal governo Monti prima, dal governo Letta poi ed ora da Renzi sono tutte scritte nella lettera che la Bce mandò in quel famoso agosto del 2011, che vide la caduta di Berlusconi e la nascita del governo Monti. Del resto, quello che sta succedendo in questi giorni in Europa, penso anche alle vicende della Grecia, dimostra come si sia costruita un'Europa sulla moneta che ha solo aumentato le disuguaglianze. Oggi c'è bisogno che questa battaglia e questa lotta che stiamo facendo per affermare un diverso diritto del lavoro e una diversa idea di giustizia sociale, debba avere un orizzonte non solo italiano ma anche europeo".

Renzi però non è Tsipras e, di fronte ad una batosta elettorale, ha detto che deve tornare a fare il Renzi1, quello decisionista.
"Il fatto è che Renzi sta diminuendo il suo consenso, come confermano anche i dati. Senza il consenso delle persone le cose non cambiano, anzi: sta aumentando il dissenso nei suoi confronti. Sia chiaro: se un governo che dice di essere di sinistra fa delle cose di destra, come sta facendo Renzi, il risultato è che allontana le persone dal voto e fa rinascere un'idea di destra nel Paese. La responsabilità che si sta assumento il governo è molto pesante, non solo sul lavoro. Pensiamo ad esempio alla scuola, dove siamo in presenza di un dissenso altissimo che, nonostante tutto, sta continuando e si sta rafforzando. Questi messaggi dovrebbero consigliare al governo di stare più attento, di ascoltare di più, di non avere paura di un confronto e anche di mediazioni sociali che tengano conto di ciò che i cittadini gli stanno dicendo con molta forza. Se ci si contrappone al volere della maggioranza dei lavoratori e del Paese, secondo me si rischia di andare a sbattere e di portare a sbattere l'intero Paese. Noi una crisi così pesante non l'abbiamo mai vissuta".

Landini, Lei pensa che la forza e la determinazione che sta dimostrando il mondo della scuola riescano ad essere le stesse che riesce ad esprimere la coalizione sociale?
"Il movimento della scuola è qualcosa che esiste già, che va sostenuto perchè il problema di avere una scuola di qualità non riguarda solo studenti ed insegnanti, ma riguarda tutto il Paese, dove già ora molti ragazzi lasciano gli studi perché le famiglie non riescono più a garantire il sostegno.
La coalizione sociale è qualcosa da costruire, è una proposta, un'idea che ha avuto un successo molto forte, perché nelle due giornate che abbiamo organizzato a Roma per iniziare questo confronto abbiamo avuto la partecipazione di più di 1500 persone, più di 300 associazioni, persone normali, non iscritte a nulla che però volevano discutere. Il 25% di chi ha partecipato aveva meno di 35 anni. C'erano precari, c'erano liberi professionisti, c'erano lavoratori autonomi, dipendenti, studenti; 80 province, equamente distribuite tra nord, centro e sud. C'è una domanda molto forte di partecipazione, perché la gente si sente sola e non rappresentata e chiede di unire le idee e i progetti.
Noi ci siamo dati un obiettivo: lavorare in questi mesi perché nei territori si apra una discussione e si mettano insieme tutte le associazioni e le persone interessate. La coalizione nasce fuori dalle forze politiche, ma non è contro le forze politiche, ma per la costruzione di una nuova cultura politica e soprattutto per realizzare cose concrete, pratiche di solidarietà per affermare i diritti al lavoro, alla scuola, alla casa, alla cultura.
Ci siamo dati l'impegno di rincontrarci a settembre per fare il punto e decidere quali battaglie fare. Alcuni dei temi saranno senz'altro il reddito minimo, la lotta alla precarietà e alla povertà, la richiesta di un piano straordinario di investimenti pubblici e privati, senza il quale non si creano quei milioni di posti di lavoro di cui abbiamo bisogno".


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