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La Cina chiude Vie Festival

Al Teatro delle Moline ultima replica dello spettacolo cinese "A Man Who Flies Up to the Sky" per Vie Festival


di Simona Sagone
Categorie: Teatro
A Man Who Flies un to the Sky
A Man Who Flies un to the Sky

Cala il sipario sulla dodicesima edizione di Vie Festival con una prima nazionale del regista cinese Li Jianjiun messa in scena al Teatro delle Moline. Gli attori presentano una partitura mimica che narra ripetitive azioni quotidiane per riflettere sulle nevrosi, le solitudini, le ansie delle donne e degli uomini contemporanei.

Otto attori pongono sui propri volti delle leggere maschere di carta che rappresentano vecchi, giovani, uomini o donne sfigurati dalla vita, pieni di dolori dell'anima che si fanno rughe sul volto.

Ogni personaggio esprime nell'andatura, nel corpo e nelle azioni, solitudine, ansia, rinuncia a provare qualunque sentimento, mancanza di speranza. Gli attori si alternano sul palco mimando semplici e ripetitive azioni quotidiane che proprio per la loro monotona ripetizione portano l'individuo a non avere più un volto, uno sguardo sulle cose, a non desiderare alcunché. Tutti si muovono dentro una stanza/scatola cubica a centro palco, nel silenzio, nella semioscurità. I gesti sono lenti, quasi senza scopo, talora anche ossessivi.

"A Man Who Flies un to the Sky" nasce nel 2015 come spettacolo di piazza nella  Shi Tian Square per il  Wuzhen Theatre Festival teso a rappresentare come la modernizzazione della Cina abbia minato la psiche degli individui creando problemi socialmente rilevanti.

Lo smog attanaglia le città, le malattie dovute all'inquinamento sono in crescita, tutto quello che succede fuori condiziona pesantemente l'esistenza degli individui convertendosi in ansie e frustrazioni.

Il silenzio delle azioni mimiche traduce l'afasia delle reali categorie di persone rappresentate, i suoni del traffico, del parlottio delle persone, il riso dei bambini, dell'esterno raggiungono l'uditorio negli interstizi dell'azione scenica e per questo collocati prima e dopo le azioni teatrali.

Tutti i personaggi della performance vivono isolati nella propria casa dalla quale entrano ed escono maturando un rapporto di repulsione e di paura verso l'esterno, rappresentato solo attraverso quei rumori di traffico, calca, vocio.

C'è chi pulisce ossessivamente un pavimento, chi legge un libro, chi ascolta musica, chi si masturba guardando una rivista porno, una donna e un uomo che nulla hanno da dirsi dopo l'amore, chi semplicemnete guarda nel vuoto aspettando la morte e chi, pur giovane, non ha uno scopo, una voglia, un sogno da realizzare, ciascuno per sé, incapace di interagire con altri. Ogni attore interpreta differenti caratteri e racconta diverse età dell'uomo. Ogni scena è presa dal repertorio di azioni della vita quotidiana che circolarmente ritornano, giorno diopo giorno.

Quello del Beijing Inside- out Theatre è un lavoro interessante, complesso, profondo che trae linfa dall'installazione "The Man Who Flew into Space" del russo Ilya Kabakov in cui un solitario sognatore vuole proiettare se stesso nello spazio direttamente dal proprio appartamento. 

In questa piéce nessuno dei personaggi mimicamente presentati riesce realmente a proiettarsi nello spazio esterno, nemmeno in uno spazio onirico, nel desiderio, né riesce ad andare oltre il soffitto della stanza che resta inaccessibile, ingombro di sedie, tavoli, cianfrusaglie, come una soffitta vicino al cielo della cui esistenza nessuno sembra rammentarsi.

Il gioco, il divertimento quando c'è, è sfrenato e momentaneo: una farsa che si traduce subito in catatonia.

Poetico e angosciante, lo spettacolo ha un solo difetto per un pubblico europeo: il ritmo terribilmente uniforme e  letterale, mai ellittico, incapace di simboliche contrazioni del tempo quotidiano, tese a narrare la routine ossessiva. Questa letteralità della riproposizione del tempo della everyday life, alla fine sfianca lo spettatore, pur catturato dalla bravura dei performer e dal messaggio che inevitabilmente passa all'uditorio.

Ringrazio sentitamente Pietro Valenti che ha curato questo cartellone di Vie intessendo sempre più stretti rapporti con i teatri della capitale cinese, lasciando oggi in eredità al nuovo direttore ERT, un patrimonio di relazioni internazionali che ci auguriamo sappia coltivare portandoci altre perle dal panorama europeo ed extraeuropeo.

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