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La grande bazza delle abilitazioni nazionali


di Matteo Bortolini
Un bravo prof di archeologia

In questi giorni tutti gli occhi sono puntati sulle oceaniche sessioni di test che migliaia di aspiranti matricole sostengono per entrare nei corsi a numero chiuso – sempre più numerosi, sempre più selettivi (almeno a parole).

Le organizzazioni degli studenti lamentano, giustamente, la barbarie di test standardizzati, che mettono in discussione il diritto allo studio senza davvero selezionare i migliori, che lasciano migliaia di studenti senza una vera opportunità. Da anni si dice che il metodo di selezione dovrebbe cambiare – un primo anno aperto a tutti e una robusta scrematura al passaggio al secondo anno sarebbe probabilmente il metodo più equo ed efficace – ma alla fine tutto rimane com'è.

Per quanto sia importante concentrarsi su, e criticare, le selezioni degli studenti, nessuno si sta occupando di quella dei professori. Durante l'estate è infatti partito il meccanismo mostruoso delle cd. abilitazioni nazionali, un lascito della geniale ex-ministra Gelmini (qualcuno se la ricorda?) che il ministro Profumo ha adottato e rilanciato.

Si tratta di una procedura molto complicata e opaca, priva in questo momento di certezze e trasparenze, che sarà presto sommersa da una valanga di ricorsi. Il suo fine dovrebbe essere pre-selezionare i migliori docenti e ricercatori universitari in modo da garantire che solo i migliori possano accedere ai concorsi locali per professori associati e ordinari che si terranno nel prossimo futuro. In realtà si tratta dell'ennesima truffa all'italiana, una selezione che non seleziona nessuno e che finirà per promuovere tutti rimandando le scelte ai potentati locali e nazionali di baroni e baronetti. 

Una sola cosa, però, questa procedura ha evidenziato: che la media dei professori universitari italiani (quelli che già sono in università) pubblica pochissimo e male. Nel mio settore, la sociologia, i numeri sono addirittura ridicoli. Dal punto di vista degli studenti – di quelli che supereranno il test e potranno finalmente sedersi sui banchi delle università – questo significa che i professori che avranno davanti saranno piuttosto scadenti. E allora: non dovrebbero, le organizzazioni e i sindacati degli studenti, monitorare attentamente anche la procedura di abilitazione? Non dovrebbero chiedere professori migliori? Non dovrebbero vigilare affinché solo i più bravi possano, come si diceva un tempo, "salire in cattedra"?

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