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La firma di Theresa May: la Brexit ora è realtà

Il Regno Unito avvia l’iter di uscita dalla Ue.


di redazione
Categorie: Esteri
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L’ambasciatore britannico a Bruxelles consegna ufficialmente la lettera di notifica dell’articolo 50 del Trattato di Lisbona, sottoscritta dalla premier Theresa May. Ha inizio oggi un percorso biennale che porterà al divorzio definitivo tra Unione Europea e Gran Bretagna. Tracciamo un profilo dell’economia d’oltremanica con Marco Passarella, economista e ricercatore dell’Università di Leeds.

Da oggi, la Brexit è reale. In queste ore Bruxelles riceve la notifica che ufficializza l’addio della Gran Bretagna all’Europa. Il primo ministro Theresa May ha firmato la lettera che sancisce il ricorso all’articolo 50 del Trattato di Lisbona, che regolamenta l’uscita di uno stato membro dall’Unione, consegnata dall’ambasciatore Tim Barrow ai vertici UE.
Per molti è il tramonto del sogno di un progetto comune inaugurato decenni fa, per altri un’occasione di rilancio della propria sovranità politica ed economica.

Di quello che succederà d’ora in avanti si è parlato molto sin dal 23 giugno scorso, ovvero dalle prime notizie sugli esiti del referendum. L’economista Marco Veronese Passarella, ricercatore presso la University of Leeds, ci parla del percorso intrapreso dall’economia britannica in questi nove mesi. Che la sterlina ne uscisse svalutata rispetto all’Euro e al Dollaro era annunciato; secondo Passarella, ad ogni modo, un riallineamento era da prevedersi, in quanto la sterlina era precedentemente sopravvalutata: “Il referendum ha banalmente accellerato questo andamento. Ora la sterlina è ai livelli del 2012 e, al momento, non ci sono stati effetti drammatici né in positivo né in negativo. L’inflazione è un po’ in crescita – ci spiega l’economista – ma questo non dipende dai beni importati”.

Su alcune testate che hanno preso una posizione forte contro la Brexit, come il Financial Times, si è parlato del fatto che l’economia del Regno Unito continuerà a dipendere da Bruxelles, presso cui, però, non sarà più possibile farne valere il peso politico. Passarella sostiene che nel medio-lungo periodo la Brexit sia qualcosa di sostanzialmente sconveniente per la Gran Bretagna alla luce della posizione privilegiata di cui gode (godeva, ormai) nell’Unione Europea. Infatti, non è ignorabile che il peso preponderante sugli esiti del referendum sia stato determinato dalla paura che nuove ondate migratorie dall’Europa, e da altri paesi i cui flussi l’Europa fatica a regolarizzare, arrivassero nel Regno Unito.

L’impatto principale nei rapporti con Bruxelles riguarderà il forte ridimensionarsi dell’economia europea, ma il Regno Unito continuerà ad avere potere contrattuale con l’Europa al di là delle scaramucce diplomatiche.
“Bisogna considerare – ci dice Passarella – che quella britannica è la seconda economia europea. È come se dall’Unione Europea a 28 paesi ne fuoriuscissero 20 più piccoli. La Gran Bretagna importa merci da paesi membri, in particolare dalla Germania. Credo che raggiungeranno degli accordi perché l’Europa vende merci agli inglesi e gli inglesi vendono servizi finanziari all’Unione Europea”.

È, dunque, essenziale osservare la questione considerando sì l’instabilità che può comportare ma al contempo evitando i catastrofismi. Secondo Passarella, la Brexit sarebbe potuta essere un’opportunità se gestita in modo diverso: “Se guardiamo gli indicatori economici, la Gran Bretagna sta volando. Questo è un paese che ha problemi strutturali enormi che vengono dal massacro sociale ed economico attuato dai governi conservatori dalla fine degli anni Settanta, dal peso smodato della finanza e del settore immobiliare, dalla perdita del comparto industriale e dalla privatizzazione di servizi essenziali”. Una serie di questioni, insomma, che hanno radici lontane e che non dipendono dagli sviluppi politici degli anni più recenti.

Resta incerta la questione relativa alla posizione che il Regno Unito assumerà nello scacchiere del commercio internazionale di cui essa stessa ha definito confini e criteri dalla fine del XVII secolo. Marco Passarella ci fa notare come la Gran Bretagna continui a guardare a sé stessa come al centro di un impero, non solo nei rapporti coi paesi del Commonwealth ma anche con i nuovi grandi protagonisti del mercato globale come la Cina.
“Tutto ciò – continua l’economista – lascerebbe pensare che i piani portino altrove, e non in Europa. Ma i rapporti con l’Unione ad ogni modo continueranno, secondo altre forme e accordi magari bilateriali. C’è da un lato l’esigenza di dare una lezione alla Gran Bretagna ma dall’altro l’esigenza reale di Volkswagen o Bmw di continuare a vendere i propri prodotti”.

Intanto, dall’interno, qualcuno già prova a dare una lezione a Londra. La Scozia ci riprova col referendum, nonostante il governo centrale ne abbia già respinto la richiesta. Si profila un’ennesima frizione costituzionale tra Scozia e Gran Bretagna ma non tutti i pareri sembrano essere positivi a tal riguardo: “Credo che gli scozzesi facciano bene a promuovere un referendum se puntano a ottenere più autonomia e migliori condizioni contrattuali con Londra – sostiene Passarella – ma non so se la minaccia sia credibile e non so se siano convinti di farlo”.

Secondo questa prospettiva, una Scoxit sarebbe quasi catastrofica. Marco Passarella ci spiega che uno dei contenziosi tra Londra ed Edimburgo riguarda il modello sociale scozzese, più simile a quello nordico e socialdemocratico rispetto a quello inglese. Si tratta, però, di un modello che costa molto, e che porta il governo scozzese a conseguie ampli deficit di bilancio, che non sarebbero ammortizzabili una volta entrati in Europa da soli, e che obbligherebbero ad una forte austerità.
“Non so neanche quanto l’Unione Europea sia ben disposta – continua l’economista – perché tutto questo incentiverebbe i regionalismi e i separatismi in seno ai paesi europei”.

Resta anche fumosa la questione di quale valuta la Scozia dovrebbe adottare una volta resasi stato membro indipendente.
“Spero che si tratti solo di una mossa per aumentare il proprio peso al tavolo delle trattative – conclude Passarella – Sarebbe un errore più per loro che per l’Inghilterra. L’unico problema per l’Inghilterra sarebbe che saremmo costretti a governi conservatori per i prossimi cento anni”.

Cristiano Capuano


Ascolta l'intervista a Marco Passarella

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