Nel libro “Il mattino ha i piedi scalzi” l’eredità intellettuale e politica di Gabriele Giunchi, militante di Lotta Continua e animatore del circolo degli “Occhi Dolci”, scomparso l’estate scorsa. Dalla lotta contro l’autoritarismo nelle forze armate al contrasto del “riflusso”, fino all’impegno nella scuola. Mercoledì 15 maggio la presentazione a Làbas con Gad Lerner, Elisa Dorso, Guido Armellini e Gianni Sofri.

La sua scomparsa improvvisa nell’estate 2018 aveva sollevato grande sgomento nei compagni del movimento del ’77 e di Lotta Continua. Al suo funerale una grande folla ha voluto ricordare un amico, attivista di mille battaglie, che ha vissuto da protagonista una stagione intensa della storia d’Italia.
Chi non conoscesse Gabriele Giunchi, militante di Lotta Continua, compagno che tenne fra le proprie braccia un Francesco Lorusso morente, ma anche fondatore del circolo degli “Occhi Dolci” e “dado” nelle scuole bolognesi, ora ha la possibilità di conoscere la sua storia grazie al libro “Il mattino ha i piedi scalzi” (ed. Una città).

Il libro, uscito postumo, contiene diversi scritti della gioventù di Giunchi, in particolare nella folgorante e non priva di conseguenze battaglia all’interno dei “Proletari in divisa“, ma anche il contrasto a quell’epoca di “riflusso”, in cui una generazione sconfitta abbandonava la politica, per finire con l’impegno nella scuola pubblica, in qualità di collaboratore scolastico.
La famiglia e gli amici di Gabriele non potevano lasciare che ne andasse così, all’improvviso, ed hanno pensato ad una pubblicazione che fissasse una storia vissuta intensamente.

Il libro verrà presentato mercoledì 15 maggio, alle 17.30, a Làbas, il centro sociale di vicolo Bolognetti. Ad intervenire amici e compagni, come Gianni Sofri che modererà l’incontro, insieme a Gad Lerner, Elisa Dorso e Guido Armellini. La presentazione verrà poi replicata il 6 giugno alla Casa della Conoscenza di Casalecchio, dove arriveranno Adriano Sofri, Tiziana Tengo, Umberto Savini, moderati da Giampiero Moscato.

La pubblicazione si apre con la ricostruzione di Giunchi di un periodo ruggente, in cui in tanti pensarono che la rivoluzione stesse arrivando. Dopo il Sessantotto e prima dell’acuirsi della strategia della tensione, i primi anni Settanta sono stati anni di insubordinazione e rivolta, anche in ambienti che non ci sarebbe aspettati, come le caserme. Gabriele, insieme ad altri compagni, aveva un proposito ambizioso: democratizzare le forze armate, un’istituzione gerarchica, dove l’impostazione fascista non aveva ceduto il passo.

I mesi della naja sono stati un’incredibile occasione per risvegliare le coscienze di giovani costretti ad essere strappati alle famiglie e agli amici per essere indottrinati all’obbedienza. Giunchi seppe cogliere con leggerezza e determinazione questa occasione, opponendo all’ottusità del potere la ferma pacatezza della ragione. Ovviamente subendone anche le conseguenze, attraverso una carcerazione, vissuta comunque come opportunità di scambio e proselitismo con altri reclusi.

La seconda parte del libro si proietta in avanti di almeno dieci anni. In Italia impazzano gli anni di piombo, un’epoca di riflusso, con la generazione sconfitta degli anni Settanta che inizia a rintanarsi nel privato. Giunchi non lo accetta e, con un lessico e pratiche tutti nuovi, fonda insieme a Franco Morpugno e Gabriele Bardini il Circolo degli “Occhi Dolci”, un’associazione che dà vita a battaglie pacifiche e situazioniste, come una parata con galline al seguito per chiedere la pedonalizzazione del centro storico di Bologna o un partecipatissimo corso di lingua napoletana all’Università, negli anni in cui la Lega Nord comincia a farsi strada.

Infine, l’ultima parte della sua vita, prima della pensione, è focalizzata sulla scuola, dove ha lavorato in qualità di collaboratore scolastico. La sua formazione politica e sociale, però, rispuntano negli scritti e nelle riflessioni su un sistema scolastico che deve tenere bene a mente la sua missione formativa ed educativa. “Gabriele non era un pedagogista, era un bidello – osserva ai nostri microfoni Gianni Sofri – Ma era un uomo di grande cultura autodidatta ed intelligenza. Alla serata prenderanno parte alcuni ex-bambini che lo hanno conosciuto e che raccontavano come, quando sentiva che un insegnante alzava la voce con gli scolari, Gabriele lo chiamasse fuori con un pretesto e si mettesse a suonare il violino per calmare i bambini”.

ASCOLTA L’INTERVISTA A GIANNI SOFRI: