Radio Città Fujiko»Notizie

Kyenge: "Il Cie non deve riaprire. E costa troppo"

L'ex-ministro Kyenge e la deputata Pd Zampa oggi a Bologna per chiedere che il Cie non riapra.


di redazione
Categorie: Migranti
DSCN0069.JPG

"Non torniamo indietro, il Cie di Bologna deve restare chiuso". L'ex-ministro Cecile Kyenge e la deputata Pd Sandra Zampa raccolgono l'appello del Comune di Bologna che chiedeva che la struttura non riaprisse. 200 i milioni di euro per gestire il centro. "Riformare anche la legge sull'immigrazione".

La chiusura del Cie di via Mattei risale ormai a marzo scorso: in seguito a una gara di appalto eccessivamente al ribasso, la cooperativa che si aggiudicò il servizio non solo non compì tutte le opere di ristrutturazione necessarie, ma non potè sostenere l’impegno e si sciolse lasciando a casa i propri dipendenti. Le condizioni dei detenuti vennero così alla luce e la Prefettura impose la chiusura per inadempienza e pianificò le ristrutturazioni.

Oggi i lavori, cominciati grazie a fondi ministeriali subito dopo lo svuotamento, sono fermi e ancora non si è giunti a condizioni di abitabilità. Il Consiglio Comunale, nella seduta del 21 ottobre 2013, si espresse recisamente per la non riapertura di alcun Cie sul territorio comunale. Il 5 dicembre il consigliere Francesco Errani denunciava la volontà della prefettura di indire un nuovo bando con una base d’asta di soli 30 €/giorno, cifra che non consente di garantire la minima umanità nel trattamento dei rifugiati, e si faceva promotore di una petizione rivolta all’allora Ministro dell’Interno Angelino Alfano. La petizione conta attualmente 1600 adesioni.

Sandra Zampa, deputata Pd, è giunta a Bologna insieme alla ex-ministro Cécilie Kyenge per ribadire la ferma volontà dei deputati bolognesi del centro-sinistra che il Cie rimanga chiuso. “Io penso che si possa partire senza fatica dai risultati della Commissione De Mistura” afferma Sandra Zampa. Tale commissione già nel 2006 aveva denunciato le inumane condizione dei detenuti all’interno dei Centri di Identificazione ed Espulsione, il gran numero di irregolarità cui tale sistema si prestava e la sua complessiva inefficienza, proponendo quindi la chiusura di tutti i Cie e il passaggio a nuove forme di gestione dell’immigrazione.

Dopo il 2009, anno di entrata in vigore del Pacchetto Sicurezza che allungava i termini di permanenza nei centri da 60 giorni a 18 mesi, il numero dei rimpatri non ha subito modificazioni, rimanendo costante ad appena la metà dei detenuti. Sono cresciuti però i costi, da un minimo di 200 milioni all’anno senza contare le spese dei rimpatri. Ma a risultare inadeguato è l’intero sistema legislativo: a causa della legge Bossi-Fini un’alta percentuale tra i reclusi riguarda persone già in possesso di un permesso di soggiorno, perso perché licenziati a causa della crisi. “L’alternativa – spiega l’on. Kyenge – è quella di avere al posto dei Cie, dei centri di accoglienza. Ma credo che il discorso sia molto più ampio: bisogna cercare alternative per le espulsioni che non devono essere rimanere dentro per 18 mesi; rivedere tutte le normative anche per quanto riguarda l’ingresso delle persone sul territorio”.

Bologna infine, pur essendo la prima città a veder chiudere un Cie, non è rimasta l’unica: nel frattempo hanno chiuso i battenti i centri di Gradisca, Crotone, Lamezia Terme, Modena, mentre iniziano a impegnarsi in tal senso i sindaci di città come Torino, Milano e Bari. La domanda sorge quindi spontanea: perché tornare indietro?

Pietro Gallina


Ascolta l'intervista a Cecile Kyenge e Sandra Zampa
Tags: Migranti, Cie

Ascolta Online


realizzato da Channelweb srl  /  progetto grafico Eddy Anselmi  /  P. IVA 00954970372

Questo sito web impiega cookie tecnici e di profilazione, proseguendo nella navigazione si acconsente al loro utilizzo close[ informazioni ]