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Kevin Barnes degli Of Montreal: la felicità non è il mio obiettivo

Intervista a Pandemonium con il leader della band americana


di Mariagrazia Salvador
Categorie: Pandemonium
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La musica è scrittura e ossessione per Kevin Barnes. Un procedimento creativo strutturale per la vita, che fa sì che non si rischi di cadere in una stantia autocommiserazione. E un continuo fluire nella musica senza intenzioni o pensieri predeterminati sullo stile. Così una band caleidoscopica attraversa generi e fonde stili senza perdere credibilità. Riascolta l'intervista

Ecco l'intervista completa:

1. Gli Of Montreal sono stati definiti: un gruppo in continua evoluzione, che ricostruisci continuamente, in costante stato di flusso e avete attraversato vari stili e generi durante gli anni: indi rock, electro, glam-funk e ora country. Ma ogni volta lo fate a vostro modo, con il vostro stile, come fate?

Faccio semplicemente ciò che mi interessa in quel momento e non mi interessa cercare un sound diverso o essere onesto verso uno spirito, è più un fluire attraverso la vita. La mia creatività funziona allo stesso modo, se voglio fare musica folk faccio musica folk, se voglio fare funk faccio funk, in maniera totalmente libera. E' più divertente, più interessante per me rispetto al dovermi sentire costretto a comporre nello stesso genere per sempre. Sarebbe troppo noioso. E' comunque inevitabile che ci siano delle caratteristiche che riemergano, e che sono parte della tua personalità, della tua identità. Semplicemente perché viene tutto fuori dallo stesso cervello, in questo senso non si può scappare da sè stessi.

2. L'ultimo disco è stato registrato in analogico. Come mai?

Per gli ultimi sei dischi ho lavorato da solo, con il mio computer, costruendo le canzoni una traccia alla volta, suonando la maggior parte degli strumenti, lavorandoci sopra per mesi, o anni. Avevo davvero voglia di qualcosa che fosse più immediato, più collaborativo e condiviso. Quindi ho messo su una nuova band, registrandolo con due mixer da 24 canali, nel mio studio, per lo più dal vivo. Non volevo perderci mesi e mesi, volevo finire in fretta, e avere una sensazione di spontaneità. Avere quella sensazione di eccitamento che avevo cercato anche negli ultimi due dischi. L'energia positiva nelle canzoni che cercavo di avere anche quando lavoravo da solo ma se hai un gruppo di persone che ti aiutano e contribuiscono al lavoro sarà più speciale perché ci sono più personalità che hanno influito, più stili che si sono fusi. Ho ascoltato un sacco di musica degli anni '60 e '70, e la maggior parte di quei dischi erano fatti così: con la band e lo studio. E registravano tutto in una o due settimane. Volevo seguire quel metodo di scrittura e registrazione.

3. A proposito dei testi: quanto importante è per te il processo di scrittura?

Sono solito scrivere i testi da solo, non ho nessuna collaborazione dall'esterno.

Scrivere un testo per una canzone è qualcosa per cui spendo diverso tempo e da cui ho un alto livello di soddisfazione.

Certamente la musica è importante ma io stesso sono più una persona che presta molta attenzione ai testi. Quando ascolto un disco, all'inizio presto più attenzione alle parole...la musica può talvolta anche risultare "generica" oppure un clichè ma a quel punto sono le parole che determinano quanto buona sia una canzone secondo me.

E' sempre difficile dare un giudizio onesto del proprio scrivere quindi dedico sempre il giusto tempo ai tempi e mi impegno davvero a fondo.

4. Quindi per te, i testi sono più importanti della musica?

Sono entrambi importanti diciamo...però credo che una canzone possa essere portata ad un altro livello da un buon testo...se il testo non funziona allora rischia di sabotare l'intero lavoro.

5. E sempre parlando di testi, in particolare quelli del vostro ultimo album, ho letto che sei stato ispirato da una poetessa, Silvia Platt. Chi era? E perchè il suo lavoro è stato così importante per te in questo album?

Certo, Silvia Platt...non so di preciso perchè alcune cose trovano spazio nella mia mente quando comincio a lavorare ad un nuovo album e poi diventano una sorta di "spirito guida".

In passato lo sono state figure come George Klimt oppure Sly Stone, Stevie Wonder...ma per questo album Silvia Platt ha avuto un ruolo importante nel concept e nell'evoluzione stessa.

Principalmente credo di essere stato colpito dalla sua tragica storia e dal pensiero di questa brillante scrittrice la cui carriera è praticamente stata distrutta dalla instabilità psichica di lei.

A livello di scrittura la Platt aveva praticamente tutto...era così talentuosa e avrebbe potuto avere una vita professionale potenzialmente molto felice ma non era in grado di "tenere tutto insieme".

E semplicemente credo di essermi identificato con questa figura tragica.

6. In che modo? Come ti senti quindi personalmente a proposito della felicità? ...mi riferisco al fatto di lavorare giorno dopo giorno con la musica ed il processo artistico e trovare un bilanciamento nella tua vita.

Beh...in questo momento mi sento in un periodo davvero nero. Molte delle relazioni personali che aveva stanno finendo e mi trovo in una sorta di fase di transizione...non mi sono sentito molto felice per diversi mesi.

In generale comunque non preso molta attenzione all' "essere felice"...preferisco piuttosto essere ispirato o comunque sentirmi "dentro" qualcosa e ricevere da questo delle forsti sensazioni...non necessariamente "felicità".

Fintanto che non si cade dentro una fase di auto­compassione oppure di inutile depressione che ha il solo effetto di non rendere possibile nessuna creazione, non presto molta attenzione al "non essere felice".

Credo che la "felicità" non sia un mio obiettivo.

7. Come ha avuto inzio il progetto Off Montreal e com'è relazionato alle cose che mi hai appena detto?

E' la mia vita, tutto quello che affronto e che faccio viene ridirezionati verso il mio processo creativo. QUesto è il modo in cui affronto questa infelicità, è sempre stata ridirezionata verso qualcosa di più positivo.

Ho fatto 5 o 6 dischi prima che qualcuno ci cominciasse a conoscere. Ma noi andavamo in tour in ogni caso e ci provavamo tutto il tempo, e ci sono voluti 7 anni prima di fare qualche soldo con la musica. E credo che questo sia stato importante perchè la musica è diventata un nutrimento per la mia vita, più importante di fare soldi perchè in ogni caso non ne facevo. Ho imparato che il valore di tutto questo non era guadagnare, così quando abbiamo cominciato a guadagnare e a pensare a una sorta di carriera è stato fantastico, perchè ho potuto dedicare tutte le mie energie alla musica, allo scrivere.

8. A volte per te scrivere diventa un'ossessione?

Si, penso che tutto il mio senso di autostima giri attorno a questo. La soddisfazione che traggo dallo scrivere e dal registrare e dall'andare in tour, gira tutto intorno a questo. In ha un aspetto negativo per me perchè rivina molte delle mie relazioni e ne rende complicate altre. Per l'altro verso per me è importantissimo, è come il mio scheletro, la mia struttura. Se on ci fosse questo penso che mi dissolverei come sabbia.

9. Come sarà il live questa sera al Bronson?

Il live sarà estremamente divertente, ci sono un sacco di visual estremamente divertenti e cambi di costume, e un sacco di dinamiche emotive nelle canzoni, alcune molto felici e da mallare e altre saranno un momento di introspezione. Penso che sia un'esperienza completa, tutta l'esperienza umana in 90 minuti.

Suoneremo pezzi da diversi album, non arriveremo alle origini ma suoneremo pezzi dagli ultimi sei dischi.

L'intervista completa qui:



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