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Jobs Act, se i dati servono a fare propaganda

I numeri gonfiati sul lavoro e le statistiche utilizzate per fare propaganda.


di Andrea Perolino
Categorie: Lavoro, Politica
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Il clamoroso errore del ministero del Lavoro sui nuovi contratti attivati grazie al Jobs Act, sbugiardato dal Manifesto e Repubblica, è il segnale di un problema politico, prima ancora che un banale errore di calcolo. Numeri e statistiche sono sempre di più un'arma di propaganda.

Sembra passato un secolo dal "contratto con gli italiani" con il quale Silvio Berlusconi prometteva agli italiani un milione di posti di lavoro. Eppure poco sembra essere cambiato nel tipo di propaganda politica che dalle istituzioni rimbalza tra i mezzi di informazione per arrivare a fare breccia nell'elettorato. A maggior ragione in tempi di crisi, è indubbio che la potenza del messaggio è efficace. E così anche l'attuale governo, con l'approvazione del Jobs Act, tenta in tutti i modi e in tutte le occasioni di convincere i cittadini che la riforma del lavoro sta facendo lievitare esponenzialmente i nuovi contratti.

Il 25 agosto il ministero del Lavoro ha pubblicato una tabella relativa al numero di contratti attivati tra gennaio e luglio di quest'anno con un errore macroscopico: 1.195.681 contratti in più. Una discrepanza notevole che non è sfuggita a Marta Fana, ricercatrice economica e giornalista del Manifesto: "I dati sembravano subito molto strani rispetto all'evoluzione dei contratti - spiega ai nostri microfoni - Facendo i calcoli ci siamo accorti dell'errore e abbiamo chiamato l'ufficio stampa del Ministero che ha risposto stizzito". Solo nella giornata di ieri è arrivata la rettifica da parte dello staff del ministro Giuliano Poletti, che in un primo momento non aveva smentito i dati ma li aveva giustificati come aggiornamenti derivanti dalle revisioni: "I dati - sottolinea tuttavia Fana - non possono essere stravolti dalla revisione, perché si tratta solo di minime variazioni".

Ma ancora più grave dell'errore di calcolo, secondo la giornalista del Manifesto, è proprio l'utilizzo distorto che viene fatto dei dati statistici relativi al lavoro, illustrati a piacimento per rafforzare un certo tipo di narrazione politica. "Ogni volta che escono dati vengono sbandierati numeri che non rispecchiano la realtà, ad esempio si parla solo di attivazioni e non di cessioni e non si ragiona mai sul saldo - afferma Fana - Si fa sempre e solo il confronto con il 2014 quando c'era una situazione economica diversa, eravamo in recessione, l'analisi statistica è invece un po' più complessa. Dati gli incentivi alle imprese e la congiuntura internazionale favorevole sono anche pochi questi contratti a tempo indeterminato".

Per tornare ai numeri, ecco che il saldo dei contratti a tempo indeterminato, o "stabilmente precari" - come li definisce la giornalista - da gennaio a luglio è di 117.498, con una discrepanza di oltre 300mila rispetto al dato diffuso dal ministero, che parlava di oltre 420mila. In termini percentuali, considerando il totale dei nuovi contratti, si tratta solo del 10%, mentre i contratti a termine la fanno ancora da padrone, con l'87,3%. Ma anche in questo caso la propaganda del governo tiene in considerazione solo una parte del quadro complessivo. Come spiega Fana, infatti, "rispetto al 2014 è vero che i contratti a tempo indeterminato sono aumentati del 39%, ma si dimenticano di dire che i voucher sono aumentati del 70%. Bisognerebbe tenere in considerazione l'intero mercato del lavoro e tutte le sue variazioni".


Ascolta l'intervista a Marta Fana

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