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“In uno Stato di abbandono”, la legalità fa scuola

Laboratori di drammaturgia e teatro nelle scuole per mettere al centro il tema della legalità.


di redazione
Categorie: Istruzione, Società
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"In uno stato di abbandono" è un progetto rivolto alle nuove generazioni che vuole mettere al centro i temi della legalità e dell'impegno civile attraverso forme di espressione artistica come il teatro e la scrittura. Dopo avere parlato con Giuseppe Costanza, autista di Giovanni Falcone superstite della strage di Capaci, i ragazzi di quattro scuole superiori della provincia di Bologna saranno invitati a prendere parte a un laboratorio di drammaturgia e teatro.

Nutrendosi della diretta testimonianza di Giuseppe Costanza, autista di Giovanni Falcone e superstite della strage di Capaci, i ragazzi di quattro scuole superiori del territorio emiliano-romagnolo saranno invitati a prendere parte a un laboratorio di drammaturgia e teatro, scrivendo testi, rielaborandoli, fino a trasformali nella stesura finale di una sceneggiatura che avrà corpo di spettacolo. Recidere l'idea d'impotenza nei confronti del polipo Mafia e comprendere la terribile condizione di abbandono e di silenzio sancita dall'omertà non solo della popolazione, ma anche dello Stato stesso. Questi i punti vitali, questo l'obbiettivo alla base. E infine, attraverso l'immedesimazione teatrale, creare una molteplicità di soluzioni che contrastino l'indifferenza e creino azioni di contrasto a questo antico problema.

Giuseppe Costanza il 23 maggio 1992 si trovava nel sedile posteriore della macchina guidata, straordinariamente, dal magistrato Giovanni Falcone. Tra le tre persone presenti in macchina al momento dello scoppio della bomba Giuseppe Costanza è stato l'unico a salvarsi. Egli rappresenta un testimone eccezionale, non solo per essere stato presente in un giorno ad oggi considerato storico, nel suo dramma, ma per aver accompagnato fedelmente Falcone ogni giorno per otto anni.

Eppure dal giorno dell'attentato Costanza è stato progressivamente emarginato dalle istituzioni, dal tribunale di Palermo, dai mezzi di informazione, dalla fondazione Giovanni e Francesca Falcone, dalla stessa sorella di Falcone, Maria, e eminenti politici come Grasso, tanto da non essere mai invitato neanche all'annuale commemorazione della strage. Per anni ha portato avanti una costante lotta impari mediante denunce pubbliche e azioni eclatanti, nel tentativo di ottenere un riconoscimento morale. Uno dei pochi risultati di questa estenuante lotta è stata la promulgazione della L. 470/1998, norma che tutela le vittime civili di terrorismo.

Giuseppe Costanza sembra scontare la sua morte mancata, quasi punito ed esiliato per la colpa di essere vivo. Da vivo, Costanza parla e ricorda. Racconta del periodo romano di Falcone, quando girava senza scorta e non c'era particolare difficoltà nell'ucciderlo. Per questo descrive Capaci come un colpo dimostrativo, distinguendo gli esecutori mafiosi e i reali mandanti posti in una casta superiore, politica. Vi è l'aria di uno Stato colluso. Parlando di sé, ricorda il ritorno a lavoro dopo la strage. In modo sottile e astuto il suo ruolo, da autista di uno dei magistrati più a rischio, è passato ad essere quello di tappabuchi, addirittura commesso. Ritorna dunque il sapore dell'esclusione e dell'abbandono, sia nella vita di Falcone, emarginato negli anni dai suoi stessi colleghi, sia in quella di Costanza, testimonianza emarginata dallo Stato stesso.

Valeria Paci


Ascolta l'intervista a Giuseppe Costanza e Riccardo Tessarini, autore del libro "Stato di abbandono"

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