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Ilva Taranto, 27 condanne per i morti di amianto

Condannati gli ex dirigenti di Ilva e Italsider, mentre il piano industriale resta un'incognita.


di redazione
Categorie: Ambiente, Lavoro, Giustizia
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I giudici del Tribunale di Taranto hanno inflitto condanne per un totale di 189 anni a 27 ex dirigenti dell'Italsider, poi Ilva, per le morti causate da amianto e altre sostanze cancerogene. Nel frattempo tiene banco la questione del futuro dello stabilimento siderurgico.

I vertici della vecchia Italsider, e quelli che vennero dopo, quando subentrò il gruppo Riva, sono stati condannati oggi dal Tribunale di Taranto a 189 anni di carcere complessivi. 27 le condanne a ex dirigenti dell'Ilva per le morti causate dall'amianto ed altri cancerogeni provenienti dallo stabilimento siderurgico. Le pene più alte sono state inflitte agli ex manager della vecchia Italsider pubblica alla quale subentrò il gruppo Riva. Tra questi, Giovanbattista Spallanzani, condannato a 9 anni.

Ma ad oggi il problema dell'amianto e delle emissioni inquinanti all'Ilva non è stato risolto. "Abbiamo ancora centinaia di siti da bonificare all'interno dello stabilimento - spiega ai nostri microfoni Francesco Rizzo dell'Usb di Taranto". Sono 50 le persone per cui la magistratura di Taranto ha chiesto il processo, la cui udienza preliminare è fissata per il prossimo 19 giugno. "Non è lo stabilmento che sta a Taranto, ma è Taranto che sta nello stabilimento - le parole del sindacalista - dal punto di vista economico è quello che sorregge l'economia locale, ma che negli anni ha prodotto e sta producendo tutto quello che sappiamo. Speriamo sia un processo equo e giusto - aggiunge Rizzo - perché si parla di vite umane".

Ma a tenere banco, nel frattempo, è anche il futuro dell'Ilva. Nei prossimi giorni dovrebbe conoscersi la posizione dell'azienda sul piano industriale e ambientale dello stabilimento siderurgico. Secondo Francesco Rizzo "non c'è da aspettarsi nulla di buono" in quanto "la situazione è di caos totale". La definizione di questo piano è attesa da ormai due anni, ma come spiega Rizzo "il problema è che per applicarlo occorrono risorse che non ci sono. Ci sono voci - rivela ancora Rizzo - secondo cui la famiglia Riva sia pronta a varare l'aumento di capitale, però ad alcune condizioni fra cui quella di cambiare il commissario Bondi".

"Il governo aveva garantito che salute e lavoro dovevano andare di pari passo, a distanza di due anni la situazione è anche peggiorata e non vediamo la luce - continua Rizzo - Qualcuno parla di 3 o 4 mesi di vita dello stabilimento, per me sono anche meno". Il tempo stringe, secondo il sindacalista, e in una situazione così complicata dovrebbe essere lo Stato a farsi avanti e intervenire in tempi rapidi. La strada indicata dal sindacato è chiara: "l'Ilva deve essere nazionalizzata, uno stabilmento di queste dimensioni non può finire nelle mani di un privato - spiega ancora Rizzo - per prima cosa bisogna trovare una formula per mettere in sicurezza lo stabilmento e rimettere in marcia gli impianti quando non inquineranno più e ci saranno condizioni dignitose di sicurezza".

In chiusura, il sindacalista lancia un allarme da far tremare le vene e i polsi: "io è da mesi che dico che rischiamo di riprodurre tragedie come quella della Thissenkrupp, ci sono impianti abbandonati, e prima o poi si rischia che possa accadere una tragedia".

Andrea Perolino


Ascolta l'intervista a Francesco Rizzo

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