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Il ruolo pedagogico dei centri sociali

Tra un apparente "momento d'oro" per le occupazioni e le invettive repressive della destra.


di Alessandro Canella
Categorie: Movimento
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Perché i centri sociali bolognesi non devono essere sgomberati? Potremmo provare a spiegarlo a Forza Italia, ma probabilmente non capirebbe. Se la città vuole ancora interpretare il ruolo di laboratorio politico, quegli spazi vanno difesi.

In questi giorni si è tornati a discutere dei centri sociali bolognesi. Lo si è fatto, da un lato, perché quelle realtà hanno dato vita a mobilitazioni anche eclatanti, come l'occupazione simbolica di Sala Borsa per il diritto alla casa; dall'altro perché Forza Italia, con la "magica coppia" Lisei-Bignami, è tornata ad ostentare gli attributi e a chiedere ordine e disciplina, con l'espressione più "moderna" (ma non originale) di "sgombero per tutti i centri sociali occupati".
Tra gli sbadigli e la noia che la destra bolognese sa provocare, però, forse una constatazione corretta è stata fatta: l'Amministrazione Merola si sta mostrando - almeno per il momento - piuttosto tollerante nei confronti delle occupazioni. Non sappiamo quanto durerà, non sappiamo se e quanto questo risponda ad una precisa volontà politica o se piuttosto il sindaco abbia altre grane da risolvere, come quella di farsi ridare i soldi dell'Imu che il governo gli ha sottratto, battaglia sacrosanta che lo rende giustamente incazzato.
Quello che possiamo fare, per il momento, è augurarci che questo atteggiamento mite prosegua.
Non escludiamo, però, l'ipotesi che il Comune si stia lentamente rendendo conto che è dai movimenti e dai centri sociali che, negli ultimi anni, giungono le idee più avanzate, le proposte più interessanti, le alternative più efficaci alla crisi, le istanze migliori, quelle che ormai i partiti non sanno più esprimere.
E quando le idee e le rivendicazioni hanno trovato il canale giusto per il dialogo con l'Istituzione, sono nati i progetti sperimentali più interessanti, che fanno ben sperare per il ruolo di laboratorio politico che Bologna un tempo ha rappresentato.

E' grazie al dialogo tra movimenti e Comune che è nata, ad esempio, l'esperienza delle ex-scuole Merlani, dove un'autogestione in convenzione con Palazzo D'Accursio ha dato una risposta abitativa ad alcuni profughi dell'emergenza Nord Africa.
Che dire, allora, del tema del Cie? Dopo oltre 10 anni di battaglie di movimento, oggi si sono persuasi della chiusura di quella struttura anche il Consiglio comunale, la Cgil e diverse realtà associative, sindacali e politiche.
L'emergenza abitativa e la determinazione dei collettivi che si battono su questo tema hanno portato la Giunta comunale a tentare anche una strada diversa ed aprire un ragionamento sugli immobili pubblici vuoti.
Per non parlare dei temi ecologici, della sovranità alimentare, degli stili di vita e degli orti urbani, che sono diventati una sorta di trend grazie alle spinte di movimenti e gruppi di cittadini. O, ancor prima, il tema del software libero, che oltre ad essere etico consente un risparmio economico all'ente pubblico.
E ancora: la cultura, la solidarietà, l'alfabetizzazione e l'integrazione, la socialità e l'incontro. Forse Lisei e Bignami non lo capiranno, ma sono elementi fondamentali per la vita di una comunità che, nell'epoca della crisi ed ancor prima, le Amministrazioni e i partiti non sembrano in grado di garantire senza il contributo di spazi sociali. E poco importa se essi sono riconosciuti formalmente dalle istituzioni o se cercano di costruirsi un riconoscimento - sociale ancor prima che burocratico - attraverso passaggi non legali.
Ciò che importa è che queste realtà continuino ad esistere e a produrre fermento e che la politica, anche se a volte non ama ammetterlo, continui ad essere ricettiva.
Per questo, in conclusione, penso che sia doveroso dire che, occupati o no, gli spazi sociali vanno difesi e vada difeso il loro ruolo pedagogico nei confronti di una classe dirigente sempre più smarrita. 

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