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Il ring di Ventimiglia, dove il confine è cristallizzato e l'Europa implode

Il reportage di Radio Città Fujiko nella cittadina al confine tra l'Italia e la Francia.


di Alessandro Canella
Categorie: Migranti
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I poliziotti che stazionano sui binari a Ventimiglia. Foto: MM

Radio Città Fujiko a Ventimiglia, dove i rastrellamenti e le deportazioni di migranti continuano, anche se Alfano ha scelto un basso profilo. I rifugiati sono ammassati nella chiesa di Sant'Antonio e viene loro negato un trattamento umano. Abbiamo consegnato gli aiuti di "Operazione Tenda" e abbiamo realizzato un reportage. GUARDA LE FOTO E ASCOLTA LE INTERVISTE.

OPERAZIONE TENDA. Ad inizio maggio Radio Città Fujiko ha lanciato “Operazione Tenda per Ventimiglia”, una raccolta di beni di prima necessità per i migranti bloccati al confine con la Francia. In meno di un mese, ascoltatrici e ascoltatori hanno risposto con grande generosità, costringendoci a trovare un furgone per trasportare quanto raccolto, poiché le nostre auto non sarebbero bastate.
Pensavamo di poter portare gli aiuti al campo informale che si era creato lungo le rive del fiume Roya, ma la situazione è cambiata velocemente proprio nei giorni in cui finiva la raccolta.
Il sindaco renziano di Ventimiglia, Enrico Ioculano, ha imposto lo sgombero dell'accampamento entro il 29 di maggio. Il giorno dopo è scattata una maxi-operazione di polizia. La città è stata militarizzata ed è iniziata una caccia all'uomo di colore lungo le strade, rivelatasi poi un flop. Molti migranti hanno riparato nella chiesa di San Nicola, dove il parroco ha offerto loro rifugio dai rastrellamenti. Nel frattempo è stata anche stroncata la solidarietà degli attivisti No Borders, con 13 fogli di via emessi ai loro danni.
L'operazione, ordinata dal Ministero degli Interni, ha modificato un po' i nostri piani. Ci sono voluti diversi giorni prima che si riuscisse a trovare un luogo sicuro dove portare gli aiuti.

Trovati i giusti contatti, abbiamo deciso di partire in delegazione lo scorso week end, 11 e 12 giugno. Per accompagnare il nostro viaggio, abbiamo scelto una persona che di queste cose se ne intende: Vilmo Ferri. Da ormai 25 anni, fin dai tempi del conflitto in ex Jugoslavia, l'operatore umanitario indipendente e socio onorario dell'Unhcr, porta personalmente aiuti in Bosnia. Nel corso degli anni, la sua attività si è estesa a molti altri "fronti", ovunque ci sia bisogno di aiuto.
Siamo partiti con un furgone e un'auto e abbiamo consegnato al “Freespot” No Borders quanto raccolto in “Operazione Tenda”, nella mattinata di domenica.
Abbiamo conosciuto diverse persone che stanno cercando, per quanto possibile, di dare una mano, documentando anche quanto sta accadendo a Ventimiglia.
Tra queste, abbiamo conosciuto Anita (il nome è di fantasia), giornalista e solidale, che ci ha fatto da guida nei luoghi più “caldi” della cittadina di frontiera.

IL “RING” DI VENTIMIGLIA. Ventimiglia, ormai, è un ring su cui si fronteggiano l'Italia e l'Unione Europea. I migranti bloccati al confine si trovano esattamente nella traiettoria dei cazzotti che tirano, da un lato, il ministro degli Interni Angelino Alfano e, dall'altro, la Francia di François Hollande e, più in generale l'Europa dei muri e del filo spinato.
Anche se non ha le dimensioni che aveva Idomeni, Ventimiglia rappresenta comunque il simbolo delle contraddizioni del Vecchio Continente, dove le merci circolano liberamente, ma le persone che scappano da guerra, persecuzioni e miseria vengono braccate e trattate da animali. In questo senso andava una delle ormai numerose ordinanze emesse dal sindaco della cittadina ligure, che per un periodo ha vietato di fornire cibo ai profughi, come se fossero bestie rinchiuse in uno zoo.

Per strappare qualcosa in Europa (anche se non è chiaro cosa), Alfano ha deciso che a Ventimiglia i migranti devono sparire. Non è possibile rischiare che ogni giorno qualcuno oltrepassi la frontiera con la Francia, poiché quest'ultima potrebbe accusare l'Italia di non rispettare le direttive europee che impongono l'identificazione dei migranti arrivati e la conseguente presa in carico.
Il sistema di ricollocamenti europei – uno degli annunci di Junker per fronteggiare il fenomeno dell'immigrazione – è abortito prima di nascere e l'Italia fa il doppio gioco. Da un lato mostra il pugno di ferro nei luoghi di confine, tra cui appunto Ventimiglia, dall'altro mostra un lato ipocritamente umano, evitando di identificare tutti coloro che vorrebbero andare altrove.
Documentare quello che sta avvenendo non è facile, le identificazioni sono all'ordine del giorno e solo la stampa riesce a muoversi con relativa tranquillità. Molto relativa.

Dopo l'operazione del 30 maggio, a favore di telecamera, ora le direttive del Viminale rispondono ad un'altra strategia.
Anita ci racconta che, ogni giorno, una cinquantina di migranti vengono rastrellati, caricati su pullman dove è presente un eguale numero di poliziotti, e spediti in centri del sud, come il Cara di Mineo. Questo viene fatto senza prove di forza, ma bloccando i migranti già nelle stazioni di altre città liguri, dove i poliziotti stazionano sui binari in attesa di tirarli giù dai treni diretti a Ventimiglia. Qualora sfuggisse qualcuno, un'altra decina, tra poliziotti ed esercito, attende a Ventimiglia, come abbiamo potuto appurare di persona.

Il nostro sopralluogo, dopo aver scaricato i beni raccolti, è cominciato proprio dalle stazioni di Bordighera e Ventimiglia. L'atmosfera intorno sembra tranquilla, ma è una calma apparente.
Se qualche migrante senza documenti entra in stazione e vuole salire su un treno diretto in Francia, viene portato nella sala d'aspetto e, quando è stato raggiunto un numero sufficiente, le persone  vengono portate in frontiera alta per poi partire verso l'aeroporto di Genova – da cui decollano voli di deportazione – o direttamente in autostrada verso centri italiani più a sud.
Quando, a bordo dell'auto, passiamo in frontiera alta, troviamo una dozzina di militari che sta andando a pranzo in un bar vicino al confine. I pullman, parcheggiati a bordo strada, sono pronti per partire, ma oggi un migrante si è sentito male e ciò ha rallentato la deportazione.

RESIDENTI E VOLONTARI. Dopo la “visita” della frontiera, ci dirigiamo verso il centro di accoglienza “ConFine Solidale”, allestito nella chiesa di Sant'Antonio. I migranti sono stati spostati lì dopo il rifugio che avevano trovato nella chiesa di San Nicola nella giornata più intensa di rastrellamenti e caccia all'uomo.
Appena arrivati al centro, il primo a parlare con noi, a fianco alla strada, è un residente. È italiano e ci racconta subito che i migranti hanno ripulito le sponde del fiume Roya e l'attiguo piazzale, antistante la chiesa. “Sono i francesi e gli italiani che lo sporcano, perché il venerdì c'è mercato. Bisogna che si sappia, che non si pensi che siano i migranti a sporcare”. Sembra assurdo che nel 2016 ci siano ancora luoghi comuni del genere, eppure la stampa ne è piena. “Sono persone pulitissime, la prima cosa che ci chiedono è il sapone e il dentifricio”.
Ma oltre ai pregiudizi da sfatare, il residente ci fa anche un profilo dei migranti presenti nel centro della chiesa: “Sono persone intelligenti, più di noi. Hanno studiato e sono civilissimi. La gente pensa che vengano da luoghi barbari, ma non è così”.
A microfoni spenti, ci racconta che da dieci giorni sta dando una mano nel centro di accoglienza e che la sera, quando distribuisce le coperte che non bastano per tutti, è costretto a scegliere chi l'avrà e chi no, con grandi morsi di coscienza.

Tre giorni prima, giovedì, è stato improvvisamente deciso che almeno 200 migranti sarebbero stati spostati dalla chiesa di Sant'Antonio al Palaroya, una tensostruttura presso il centro sportivo di Roverino, un quartiere di Ventimiglia. I numeri nel centro della chiesa erano troppo alti per poter essere sostenuti: si parla di persone che vanno dalle 500 alle 700, a seconda dei momenti.
Un gruppo di residenti, però, ha protestato contro l'ipotesi dello spostamento nella tensostruttura. Le cronache riportano che le mamme si sono opposte all'idea che la palestra dei loro figli ospitasse i migranti ed hanno dato vita ad un presidio.
“Hanno fatto bene a protestare – ci racconta il residente – ma hanno sbagliato la modalità. Dovevano mettersi in fila, un bianco ed uno di colore, e insieme rifiutare la nuova sistemazione”.
Nel Palaroya, infatti, c'è molto caldo. C'è chi dice che si possono raggiungere i 50 gradi: non sarebbe stata una sistemazione umana.
“Va trovata una soluzione, bisogna dare un posto dignitoso a queste persone. I governanti di tutta Europa devono trovarsi attorno a un tavolo e pensare a come accoglierli, perché sono persone, vanno trattare in modo umano”.

Poco dopo, raggiungiamo un ragazzo di origine tunisina, ma con la cittadinanza italiana. È un altro residente e, dalla mattina alla sera, fa il volontario nel centro. Coi ragazzi parla in arabo e cerca di dare loro le informazioni basilari.
“Qui nessuno ha un letto. Servono coperte, perché non bastano. C'è addirittura chi dorme seduto perché non ha una coperta su cui sdraiarsi”, conferma ai nostri microfoni.
Anche in questo caso, il dito è puntato contro l'Europa: “Evidentemente l'Italia non fa parte dell'Unione Europea. Se la Francia chiude le frontiere e non vuole i migranti, la Germania e l'Austria non vogliono i migranti. Devono accoglierli anche loro”.

LA STORIA DI ALAN. Nel piazzale antistante il campo, Anita ci presenta Alan (il nome è di fantasia). Ha 16 anni, viene dal Darfur e la sua storia è semplicemente allucinante.
In Darfur c'è una guerra, iniziata nel febbraio del 2003, che vede contrapposti i Janjawid, un gruppo di miliziani arabi reclutati fra i membri delle locali tribù nomadi dei Baggara, e la popolazione non Baggara della regione, principalmente composta da tribù dedite all'agricoltura. Il governo sudanese, pur negando ufficialmente di sostenere i Janjawid, ha fornito loro armi e assistenza e ha partecipato ad attacchi congiunti rivolti sistematicamente contro i gruppi etnici Fur, Zaghawa e Masalit.
Il villaggio di Alan è stato distrutto, tutti i suoi famigliari sono sfollati interni, perché ci sono attacchi da parte delle milizie dei Janjawid. È in corso una guerra, le donne vengono stuprate, il bestiame viene razziato dai villaggi, non c’è la minima stabilità.
Prima Alan lavorava come interprete, ma il governo lo ha accusato di appoggiare i ribelli perché traduceva spiegazioni sulle violazioni dei diritti umani per le organizzazioni internazionali. È fuggito in Kenya, dove ha ottenuto lo status di rifugiato, ma anche lì la situazione non era stabile ed ha deciso di andare in Libia, per tentare di arrivare in Europa. In Libia è stato incarcerato una settimana e le milizie gli hanno anche sparato, come testimonia la cicatrice sul polso che ci mostra. Poi è riuscito a scappare, insieme al fratello. Lui si è imbarcato per primo, ma la sua barca si è rovesciata. Sono morti in 94, lui è uno dei sopravvissuti. Un mese e mezzo dopo è riuscito a partire anche Alan, che ora è bloccato a Ventimiglia, mentre il fratello è a Milano.

Nonostante i suoi 16 anni, Alan sa già quello che vuole. Di certo non vuole restare in Italia: vuole andare in Francia, per tentare di raggiungere Calais e arrivare nel Regno Unito. “Se studio l’inglese posso avere qualche chance – osserva - In Sudan si usa l’inglese perché siamo stati colonizzati dal Regno Unito, perciò se rimango in Italia è un grosso problema perché la lingua italiana non mi sarebbe utile, nel caso ci fosse stabilità nel mio paese e io potessi tornare a casa”.
Nonostante sia riuscito a non farsi identificare e a non ricadere, quindi, nel Regolamento Dublino 2, che vincola i richiedenti asilo a restare nel Paese di arrivo, Alan ha già tentato due volte di varcare la frontiera. La prima volta è stato respinto dalla polizia francese al check point. La seconda volta era già arrivato a Nizza, ma è stato fermato su un ponte e rispedito in Italia.

A microfoni spenti ci fa molte domande e, per un attimo, sembra che gli intervistati siamo noi. Ci chiede se sappiamo qualcosa su un eventuale allentamento dei controlli alla frontiera. Ci chiede se può fare richiesta di asilo per il Regno Unito stando in Italia. Ci chiede anche se, qualora decidesse di fare domanda d'asilo, potrebbe chiedere il ricongiungimento della madre.
Mentre i coetanei italiani sono impegnati a farsi selfie e guardare stupidi programmi tv, Alan si deve misurare con leggi, regolamenti e convenzioni per cercare un futuro, trovare un lavoro e garantirsi la sopravvivenza.

È SOLO UN ARRIVEDERCI. A Ventimiglia, in questi giorni, il tempo è incerto. L'estate non è mai esplosa e nuvole plumbee si alternano a sprazzi di sole. L'odore salmastro delle località rivierasche non si percepisce nemmeno.
È come se il confine si fosse cristallizzato, come se fosse finito in un loop. Arrivi, rastrellamenti, deportazioni, nuovi arrivi, nuovi rastrellamenti, nuove deportazioni. E così ad libitum.
Non c'è la disperazione del Mediterraneo, dove i naufragi aggiungono morte a morte, tragedia a tragedia, ma non c'è nemmeno uno spiraglio di soluzione.
La lucida determinazione dei profughi, che non rinunciano al loro diritto di avere un futuro nel luogo che reputano migliore, si scontra con l'ottusità di un continente xenofobo, chiuso in se stesso e al limite dell'implosione.
Forse servirebbe che un milione di italiani si recasse a Ventimiglia per accentuare la contraddizione e sbloccare la situazione. Intanto basterebbe che qualche centinaia di persone, di noi tutti, manifestasse in modo concreto la propria solidarietà.
Una cosa è certa: quello di Radio Città Fujiko a Ventimiglia è solo un arrivederci.


Ascolta l'intervista ad Alan, rifugiato del Darfur

Ascolta la testimonianza di Anita, solidale No Borders

La testimonianza di un residente

Ascolta la testimonianza di un residente
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