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Il precario e la pensione, questi sconosciuti

Riflessioni sulle forme previdenziali per i lavoratori precari.


di redazione
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Dai problemi della discontinuità lavorativa ai fini previdenziali, a quelli generati dall'evasione contributiva dei datori di lavoro. Ambire ad avere una pensione, per un precario, sembra un sogno proibito.

I precari e la pensione che non c’è. Non è uno spauracchio e nemmeno una provocazione, ma la realtà cui ci mettono di fronte i dati relativi alla contribuzione di chi, da precario, sogna il contratto a tempo indeterminato. Dell'argomento si è discusso alla Festa de l'Unità, in un dibattito organizzato dal Circolo Precari del Pd e intitolato proprio "I precari e la pensione che non c'è".

Il nodo è quello della discontinuità contributiva delle forme di contratto atipiche - a progetto, parasubordinate, a somministrazione o partite iva di facciata – i cui versamenti arrivano a coprire fette di tempo insufficienti per arrivare, dopo il percorso a ostacoli del lavoro, ad una pensione dignitosa. Di situazioni da raccontare Anna Morelli, segretario generale della Felsa-Cisl di Bologna ne ha a centinaia. Prendiamo il caso di Valentina, classe 80 che entra nel mondo del lavoro nel 2006 come ricercatrice presso  il dipartimento di chimica. Dopo periodi di collaborazione con l’università , i famosi co.co.co., contratti di apprendistato, stage in azienda raggiunge l’obiettivo di un contratto a tempo determinato di un anno: dal 2006 ad oggi ha maturato due anni di contribuzione in cassa ordinaria e uno in gestione separata, quindi per l’Inps, a 32 anni, è appena entrata nel mondo del lavoro. Ma l’erosione della contribuzione non è solo un problema dei giovani, perché le forme di precariato coinvolgono anche ormai anche i quarantenni che in alcuni settori, soprattutto nel mondo dei servizi, si sono giocati decenni di lavoro che non pesano ai fini pensionistici.

Il paradosso è che è appena stata varata una riforma delle pensioni, la riforma Fornero – in cui si prospetta l’inevitabile innalzamento dell’età pensionabile a fronte della garanzia di avere una pensione che si avvicina all’ultimo stipendio. Si lavora di più e quindi l’assegno pensionistico sarà più pesante – dice il ministro. “Ma la domanda è per chi, per le meteore del lavoro  - come le chiama la Morelli - dal momento che il calcolo è stato fatto su parametri di crescita dell’1,5%, di disoccupazione ferma al 5,5% e di versamenti che si estendono, senza interruzione, dai 25-26 anni fino ai 67. Un sistema che in Italia sa di utopia, dato che il mondo del lavoro sta andando in tutt’altra direzione.” Si chiede maggiore flessibilità, ma in cambio non si dà niente, dal momento che gli ammortizzatori sociali per i precari non esistono, tanto meno un ‘basic income’ come in altri Paesi Europei, che consenta di traghettare i lavoratori da un impiego ad un altro.

Altro mito da sfatare è che in conti dell’Inps non reggono, e quindi le riforme sono ineludibili. “Le casse della gestione separata, quelle in cui versano i precari – prosegue la Morelli - sono in attivo, anche troppo, dal momento i requisiti per accedere alle prestazioni, pensioni, malattia o  indennità di maternità, sono fortemente restrittivi.” Allora ci si chiede il perché di questa gestione separata, esistono lavoratori di serie A e di serie B? O forse i fondi della gestione separata servono all’Inps per coprire i buchi della gestione principale? Ma le disparità non finiscono qui. Se apriamo il capitolo dei mancati versamenti contributivi da parte del datore di lavoro scopriamo che le cose cambiano dalla gestione prevalente a quella separata. Nel primo caso, per esempio a fronte di mancati versamenti per la maternità, l’Inps eroga comunque l’indennità alla lavoratrice per poi rivalersi sul datore di lavoro, nel caso della gestione separata, l’indennità arriverà alla lavoratrice quando la vertenza con l’azienda sarà conclusa,  in media 1 anno e mezzo dopo la scoperta dell’irregolarità. E spesso succede che gli ammanchi si scoprono tardi, perché a differenza dei lavoratori “tutelati” i precari se vogliono vedere i contributi versati devono farne richiesta, in busta paga non compaiono.

Quello che si chiede è una maggiore trasparenza dell’Inps e una riforma seria del mercato del lavoro – con la riforma Fornero, oltre a sponsorizzare l’apprendistato, strumento peraltro già esistente, come panacea per la disoccupazione giovanile, si è fatto ben poco. Le 46 forme contrattuali sono ancora lì, con il loro corollario di lavoratori flessibili, cioè precari e ricattabili. Un sistema che, mentre impedisce ai giovani di progettare il loro futuro, produce danni anche sul versante della produttività delle imprese. A dirlo è lo stesso ministro Fornero intervistata al Corriere della Sera, che pare però dimenticarsene al momento di legiferare. E se la produttività riceve un contraccolpo negativo dalla precarietà, immaginiamo quello che può accadere all’informazione in cui – come sottolinea Valeria Tancredi, del Coordinamento giornalisti precari Emilia-Romagna – il 60-70% dei giornalisti è precario, cioè alle dipendenze dell’editore.

Angelica Erta


Ascolta l'intervista ad Anna Morelli

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