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Il mondo e le nostre vite dopo la strage di Parigi

Lo speciale di Radio Città Fujiko sugli scenari e le prospettive dopo gli attentati del 13 novembre.


di Alessandro Canella
Categorie: Società, Esteri
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La strage di Parigi e la risposta dei Paesi occidentali stanno già modificando le nostre vite. In uno speciale abbiamo raccolto voci e riflessioni sullo stato di guerra in cui tutta Europa sta precipitando.

132 morti e tantissimi feriti. Questo è il bilancio degli attentati di Parigi di venerdì 13 novembre. Una strage che sta già facendo altri morti, con la reazione della Francia e i bombardamenti su Raqqa.
Il presidente francese François Hollande ha parlato di un atto di guerra e ciò che sta già accadendo riporta a quello scenario.
Anche in Italia sono state rafforzate le misure di sicurezza e le Prefetture hanno fornito un decalogo ad enti pubblici, partiti, sindacati e mezzi di informazione, che fanno respirare un clima di conflitto.
Nello speciale che abbiamo realizzato sul tema, abbiamo raccolto molte voci per riflessioni che vi proponiamo.

Da Parigi, Marta Fana del Manifesto ci racconta di un'atmosfera raccolta e tranquilla, "forse troppo", nelle strade della capitale. "I cittadini hanno raccolto l'invito della Prefettura di non uscire di casa, se non per casi di estrema necessità".
Le misure di sicurezza sono state intensificate, ancora di più di quanto non lo fossero dopo la strage di Charlie Hebdo. Non tutte le misure, però, vengono considerate utili e necessarie. "Alcuni degli attentatori erano francesi - spiega Fana - e uno degli attentatori è entrato in Francia con un permesso umanitario, ma non è entrato con armi o cinture esplosive. Più che alla chiusura delle frontiere, quindi, occorre guardare a come quel tessuto sociale si stia radicando e radicalizzando".

La giornalista del Manifesto ci racconta anche di come il dibattito francese dopo la strage sia di gran lunga diverso da quello italiano. "La prima dichiarazione di Marine Le Pen è stata cauta - spiega Fana - e in generale c'è stato meno sciacallaggio che in Italia, anche da parte dell'informazione. Nessun quotidiano francese ha titolato menzionando l'Islam, mentre abbiamo tutti presente il titolo di Libero o altre testate".
Quello che però preoccupa non poco i parigini è il rischio di emulazione. "Già dopo la strage di Charlie Hebdo ci fu un episodio, da parte di una persona senza organizzazioni alle spalle. Il pericolo e il timore è che venga minata la quotidianità delle persone".

"Non cadiamo nel gioco dei terroristi", è l'invito di Yassine Lafram, coordinatore della Comunità Islamica di Bologna. Un invito a non contrapporsi e creare nemici, ma ad opporsi insieme, italiani e arabi, cristiani, atei e musulmani, alla barbarie del terrorismo e della guerra. Lafram ricorda che gli islamici sono le prime vittime dell'Isis, quindi bisogna smetterla di mistificare e fare l'equazione che vuole gli islamici come tutti terroristi. "Sarebbe come dire che i napoletani sono tutti camorristi perché ci sono camorristi napoletani".

"Il nostro primo pensiero va alle vittime - afferma il coordinatore della comunità islamica bolognese - Noi condanniamo con forza quella strage, ma non ci dissociamo, perché non sentiamo affatto associati a quei criminali".
Lafram spiega che, come comunità, viene effettuato anche un monitoraggio nelle moschee, per vedere chi passa ma, da un lato, questa dovrebbe essere un'attività delle autorità a cui non ci si vuole sostituire e, dall'altro, spesso i fondamentalisti non frequentano le moschee.

Il clima italiano è esacerbato dalle speculazioni e dagli sciacallaggi di chi vuole fomentare lo scontro fra civiltà e religioni. Non solo Matteo Salvini, la Lega e le altre formazioni della destra, ma anche i quotidiani.
L'indignazione si è levata per il titolo di Libero, "Bastardi islamici", ma non è stato il solo quotidiano ad avere avuto titoli che incitavano all'odio razziale. Maso Notarianni, già direttore di Peacereporter e del mensile di Emergency, ha querelato Maurizio Belpietro e, ai nostri microfoni, spiega come quel titolo sia pericoloso: "L'odio genera altro odio. Un conto è la critica, ma questa propaganda incita allo scontro".
Per Notarianni il rischio è quello che ora accada ciò che purtroppo abbiamo già visto, con nuove guerre - già cominciate - e dispositivi come il Patrioct Act che, attraverso la paura e la limitazione delle libertà personali, rafforzano gli interessi del potere.

Proprio da qui parte la riflessione del giornalista e pacifista Carlo Gubitosa, che chiede tre cose alla politica. "Non potendo chiedere ai politici di rispondere per i terroristi, chiedo loro che prendano posizione sul commercio di armi, in particolare quelle leggere che sono state indicate dall'Onu come armi di distruzione di massa e di cui l'Italia è una grande esportatrice. Secondo: i paradisi fiscali, che servono non solo ai vip per occultare le proprie ricchezze, ma anche ai terroristi per disporre di capitali. La terza richiesta è se non sia il caso di ritirare i contingenti dalle missioni militari, che negli ultimi 25 anni non hanno creato alcun risultato positivo".

Per Gubitosa, quindi, è necessario un cambio di strategia. Le ingenti risorse che gli Stati spendono per fare la guerra potrebbero essere investite per la difesa interna e per svuotare i bacini di caccia e di pesca dei fondamentalisti, che si annidano nelle tante sacche di povertà che stanno crescendo anche in Occidente.


Ascolta l'intervista a Carlo Gubitosa

Ascolta l'intervista a Yassine Lafram

Ascolta le parole del giornalista Maso Notarianni

La corrispondenza da Parigi di Marta Fana del Manifesto

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