Radio Città Fujiko

Il femminismo c'è, ma non si dice

Non Una Di Meno esiste, riempie le piazze e si vede. Allora perché non se ne parla?


di Anna Uras
Categorie: Movimento, Politica, Donne
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In Italia esiste un movimento femminista imponente, autonomo e radicale con un respiro transnazionale. Questo movimento c'è. E si vede. Ma difficilmente si legge, o se ne parla. Insieme a Paola Rudan di Non Una Di Meno Bologna abbiamo provato a capire perchè giornali, partiti e realtà istituzionali fanno così fatica a riconoscere questa innegabile realtà.

Abbiamo parlato spesso di Non Una Di Meno , movimento femminista e transfemminista nato nel 2016 e in costante crescita da allora. Un movimento che ha elaborato un discorso complesso a partire dal contrasto alla violenza di genere e alla lettura della violenza come strutturale e direttamente legata al neoliberismo e al capitalismo. Negli anni il movimento ha più volte riempito le piazze italiane, dando vita ad alcune tra le manifestazioni più partecipate degli ultimi anni, da ultima quella di Verona di sabato 30 marzo. Ma la narrazione di questa realtà risulta spesso falsata, ridimensionata o semplicemente non pervenuta.

"La copertura mediatica di una manifestazione in Italia è un eterno giorno della marmotta - scriveva qualche giorno fa Leonardo Bianchi su Vice  - un qualcosa destinato a ripetersi all’infinito, sempre con gli stessi schemi. Se è un corteo per il clima lo si racconta solo quando è grosso, ma con un certo fastidio, e premurandosi di cospargerlo di paternalismo; se è un qualcosa contro Salvini, è un “favore” a Salvini; se è un corteo femminista, be’, allora nove volte su dieci semplicemente non esiste".

Ma il problema nel racconto mediatico di Non Una Di Meno non di riduce alle manifestazioni, per quanto vi sia una tale discrepanza tra narrazione e realtà di piazza da rasentare l'assurdo. Anche nei casi in cui se ne parla, infatti, c'è una tendenziale incapacità (o mancanza di volontà) di comprenderne le istanze e il discorso, fino agli assurdi di parlare di un movimento femminista come di una "associazione femminile".

Commentando la copertura mediatica della manifestazione transfemminista del 30 marzo, che ha rappresentato quel caso su 10 in cui è stato impossibile ignorare la forza e l'ampiezza della manifestazione e ha dato quindi origine ad una sua minimizzazione e in molti casi all'omissione del ruolo di Non Una Di Meno (che ha chiamato la manifestazione, l'ha organizzata e le ha dato un significato politico), Paola Rudan sottolinea che "non è una dinamica che stupisce. Quello che può essere registrato è che tutto quello che è stato dibattuto attorno al Congresso di verona è stato dibattuto come se fosse sostanzialmente all'interno della tensione tra il M5S e la Lega con sprazzi di luce che hanno illuminato temporaneamente l'opposizione del PD o piuttosto delle realtà istituzionali che sono state in piazza. Non si può negare che ci fossero, evidentemente. Soltanto che bisognerebbe registrare che chi ha prodotto questa mobilitazione è stato un movimento femminista autonomo che ha un respiro transnazionale che fa un discorso che non si limita a difendere diritti esistenti o a rivendicarne di nuovi. È un discorso che ha fatto vedere una critica della famiglia come istituzione che è non soltanto il luogo dove si produce la violenza domestica e la divisione sessuale del lavoro, ma sta facendo vedere come questi discorsi familisti che abbiamo visto nella loro dimensione più estrema e più violenta nel Wcf sono legati ad una organizzazione neoliberale della società e alla sua faccia brutalmente razzista. Questo lo si sta semplicemente cercando di ignorare perché è un discorso che non sta assolutamente all'interno delle dinamiche di una dialettica tra l'opposizione e il governo ma le spazza via per la stessa dimensione transnazionale che ha e che si è vista per esempio nell'assemblea di domenica".

Nel caso di Verona il termine minimizzare è quasi un eufemismo, visto che il Corteo che ha attraversato Verona secondo le organizzatrici ha visto tra i 100 e 150mila partecipanti, numeri poi confermati anche dalla Digos e dalla polizia stradale, ma che la questura ha ridotto a 30mila. 100mila persone la cui presenza è stata cancellata dai conti della questura, che forse aveva preso troppo sul serio le dichiarazioni degli organizzatori del Wcf e del ministro Fontana secondo cui gli omossessuali, le lesbiche, le persone trans e le famiglie arcobaleno non esistono. Ma 100mila persone che si vedevano, chiaramente, nei 4 km di corteo che hanno sommerso la città, e che la maggior parte dei giornali hanno deciso di ignorare insieme alla questura.


Non è una dinamica che stupisce perché non è una novità, e anzi - forse proprio per via di quelle partecipazioni istituzionali che si sono unite al corteo di Verona - ha ricevuto una copertura mediatica nettamente più ampia delle altre manifestazioni femministe che negli ultimi tre anni hanno più volte riempito le piazze. Basti pensare alle mobilitazioni contro il Ddl Pillon che si sono avute in tutta Italia il 10 novembre, che sono state quasi completamente ignorate a fronte di una esaltazione ai limiti del ridicolo della manifestazione Sì Tav, incensata tra le altre cose proprio perché ad organizzarla erano state delle donne (le 7 donne manager del sì Tav, per essere precisi).

Ma una volta assodato che questo è quanto succede, resta da chiedersi perché. E precisamente, si tratta di una volontà politica o piuttosto di una incapacità di leggere il messaggio femminista di Non Una Di Meno? Secondo l'attivista bolognese, entrambe le cose: "Credo che questo movimento sia un movimento che mette in discussione ogni forma di organizzazione e di espressione politica che noi conosciamo. Lo abbiamo visto con lo sciopero dell'8 marzo, per i sindacati è difficile confrontarsi con Non Una Di Meno. Perché le questioni che pone, e la stessa concezione dello sciopero che propone, che è pratica, che è uno sciopero politico, che è uno sciopero che insiste sul fatto che non si tratta soltanto di scioperare a livello aziendale per ottenere questo o quel contratto, su questa o quella vertenza. Ma si tratta di utilizzare lo sciopero per porre un  problema politico fondamentale. E infatti il giorno dopo Landini lo ha detto, lo ha voluto sottovalutare dicendo che è soltanto uno sciopero politico, mentre questa è la novità con la quale il sindacato non si può confrontare"

ASCOLTA L'INTERVISTA A PAOLA RUDAN:

Questa intervista, così come tutto il ragionamento sulla narrazione (mancata) di Non Una Di Meno a livello mediatico, è avvenuta all'interno dell'ultima puntata di Frequenze Sui Generis, in cui abbiamo parlato di Verona, della manifestazione di sabato ma anche dell'assemblea transnazionale di domenica.

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