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Il caso-Cancellieri e l'asticella che si alza

Analisi sulla vicenda che ha coinvolto il ministro della Giustizia.


di redazione
Categorie: Politica
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Il caso che ha coinvolto il ministro della Giustizia, solerte nell'interessamento personale “umanitario” nei confronti di detenuti eccellenti, altro non fa che alzare l'asticella di ciò che in questo Paese può suscitare indignazione.

Il caso, a dire il vero ancora poco chiaro, della ministra Cancellieri è sicuramente solo l’ultimo in ordine di tempo e forse anche l’ultimo in ordine di importanza. Di fatto stiamo parlando di un donna che ha rivestito cariche importanti negli ultimi decenni di storia repubblicana, facendo carriera dentro le istituzioni senza incappare in scandali, logge, lobby, cricche e, ciò che più conta, senza mai essere coinvolta in rilevanti vicende giudiziarie (che, a prescindere da come si concludono in termini strettamente penalistici, rappresentano spesso la cartina di tornasole di relazioni poco limpide e quindi comunque politicamente discutibili e/o censurabili); tutto questo, peraltro, in un ambiente prettamente maschile siccome tendenzialmente maschilista, nel quale, v’è da presumere, l’affermazione personale non può prescindere da valutazioni anche meritocratiche (la circostanza che il figlio sedesse in alcuni salotti buoni non inficia questo ragionamento, semmai dimostra che anche le posizioni meritevolmente acquisite consentono di stringere relazioni e di godere degli stessi possibili privilegi di quelle di origine ereditaria).

Tuttavia, anche se la gravità del comportamento del ministro non è paragonabile a nessuno dei precedenti motivi di indignazione, non si può negare che costituisca il miglior paradigma per rappresentare lo stato in cui si è ridotta la nostra classe politica e, ancor di più, la condizione di impotenza e torpore della nostra opinione pubblica, in un circolo vizioso nel quale risulta difficile comprendere quale sia la causa e quale l’effetto, quale gallina abbia fatto il primo uovo o quale uovo abbia messo al mondo la prima gallina: è la classe dirigente che ha (dapprima lentamente e poi con brusche accelerazioni) cancellato la capacità ed il senso critico dei cittadini, oppure sono i cittadini che, perdendo interesse per il bene comune e rifugiandosi sempre più nel privato e nel futile, hanno consentito la deriva dei propri rappresentanti o, tertium datur, una certa aggregazione politico-affaristica ha provocato il riflusso rendendo fertile il terreno per la deriva appena descritta? Io voto per la terza ipotesi.

Insomma, siamo di fronte all’ennesima vicenda in cui, sbadigliando ormai per la noia, potremmo ribadire il concetto lapalissiano per il quale se il medesimo comportamento si fosse verificato in quel fantomatico Paese civile che rappresenta un modello (non ideale ma) normale di virtuosità nei comportamenti pubblici, il/la responsabile di turno avrebbe presentato le proprie dimissioni (con o senza richiesta di scuse, a seconda della quantità di marmellata sulla dita): nel caso dell’attuale ministro della Giustizia - sorpresa al telefono nel promettere con sollecitudine un “interessamento personale” con una parente eccellente di un carcerato eccellente- se anche il dichiarato fine umanitario può rivestire l’accaduto di una patina di buonismo, il problema rimane comunque nelle modalità di intervento percorse dalla ministra. La quale, abdicando ai canali istituzionali e pubblici di intervento, ha ritenuto ammissibile agire per le vie brevi per segnalare a chi dovere (e non all’opinione pubblica o sotto il controllo dell’opinione pubblica) la situazione di disagio della quale era venuta irritualmente a conoscenza, astenendosi così dal consentire un giudizio sulla condizione di conflitto di interessi nel quale si trovava e, in buona sostanza, finendo per trattare un caso particolare in modo particolare a discapito o comunque in spregio a casi altrettanto gravi e abbisognevoli di intervento. E non stiamo qui a scomodare il principio di eguaglianza sostanziale, dato che la particolarità del caso non era poi così particolare, ma solo “particolare”, nel senso deteriore del termine.

Vi è ormai l’impressione, in questo circolo vizioso, che questo episodio non potrà che confondersi in un contesto non solo di malcostume diffuso, che giustifica i singoli in quanto operanti sotto l’egida di un sistema già comunemente percepito come insano, ma anche di progressivo e continuo spostamento del tasso di tollerabilità dei comportamenti individuali, che rende più difficile giudicare l’effettiva gravità delle singole azioni.

Non è bastato che Verdini dichiarasse pubblicamente di aver incassato ottocentomila (diconsi ottocentomila) euro in nero, auto assolvendosi in base al principio che quanto da lui fatto non era altro che una prassi consolidata nel mondo degli affari; non è bastato che Alfano si facesse sequestrare sotto il naso da servizi segreti stranieri e agenzie di sicurezza private (pure quelle straniere) una donna ed una bambina regolarmente soggiornanti nel nostro paese ed in forte odore di persecuzione per motivi politici. Entrambi rivestono ancora le loro cariche e, al di là degli strali di un certa minoranza di idealisti in via di estinzione, l’opinione pubblica non ha gridato allo scandalo o richiesto dimissioni. Forse proprio perché, grazie a chi ha innescato il circolo vizioso di cui sopra, non esiste più una opinione pubblica capace di canalizzare il proprio dissenso per motivi meno gravi di un fuori gioco non sbandierato o dell’esclusione ingiustificata di un talento da un reality show.

L’asticella si alza sempre di più ed è ormai un dato acquisito che il giudizio politico su un individuo o una sua azione coincida con il giudizio penale, il che, in un Paese con il nostro sistema giudiziario, comporta la prescrizione di qualsivoglia valutazione morale: la condanna definitiva non è più solo il discrimine tra la pena e l’assoluzione, ma anche la condictio sine qua non per poter esprimere un giudizio politico sull’opportunità di lasciar gestire la cosa pubblica a chi è accusato di aver corrotto, concusso, abusato, ecc ecc c.p., in un corto circuito in cui il diritto del singolo a poter mantenere la propria agibilità politica prevale (e prevarica) l’interesse della collettività ad essere rappresentata e gestita da persone per le quali non possano sussistere dubbi di onestà, correttezza e rettitudine, o almeno ne esistano il meno possibile.

Anzi, grazie al principale esponente (cit.) che ha contribuito alla creazione di questo sistema di disvalore, ormai neppure la condanna definitiva consente di compiere liberamente il giudizio di politico, sul presupposto che, se anche non si fosse prescritta, la valutazione morale è comunque viziata da un errore giudiziario, perpetrato in tre gradi di giudizio, da giudici diversi e sospettosamente suffragato da altri magistrati in altre inchieste, in altri tribunali e per altri reati.

Mattia Zucchini

http://testamentoideologico.wordpress.com

Tags: Politica, Carcere

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