Radio Città Fujiko»Musica

I Breton ospiti di RCF

La band ospite di Pandemonium


di redazione musicale
Categorie: Pandemonium
breton.jpg

Roman Rappal, cantante e leader dei Breton ci ha raccontato della sua esperienza con la band, del loro nuovo album War Room Stories e del loro tour, che li ha visti sul palco del Covo Club  di Bologna. Riascolta l'intervista in fondo all'articolo.

Siamo qui con Roman Rappak, leader e cantante della band inglese Breton. Ciao Roman, benvenuto a Radio Città Fujiko…da quanto siete in Italia e cosa state facendo con la band?

Siamo in Italia da un giorno, siamo arrivati ieri (12 febbraio n.d.r.) dalla Francia e siamo qui a Roma per il nostro primo dei tre show previsti qui in Italia.

Vorremmo cominciare proprio da te e dal tuo ruolo nella band…perché non ti introduci e ci dici chi sei, da dove vieni e quando hai cominciato a scrivere musica?

Ho cominciato a comporre musica quando avevo circa 14 anni. Da dove vengo, sud di Londra, c’è una nutrita scena di Hip Hop e molti rappers.

Io ero fondamentalmente l’unica persona che poteva disporre di un computer portatile e quindi ho cominciate a produrre musica rap, e poiché ero l’unico nei paraggi ho collaborato per un po’ di tempo con diversi rappers locali…ed è stato davvero grande.

Dopo un po’ ho cominciato a scrivere della musica da solo; tutto è nato un po’ così.

E quando è cominciata l’esperienza dei Breton?

Credo che tutto sia cominciato quando ho conosciuto Adam (Ainger, batterista dei Breton n.d.r.), all’incirca otto anni fa credo.

Lui frequentava la Goldsmith University ed io ero iscritto all’istituto d’arte. Passavamo del tempo insieme parlando di musica e scrivendo qualcosa. Poi, gradualmente, abbiamo coinvolto nel progetto anche gli altri componenti della band e qualche tempo dopo siamo passati dalle recensioni dei nostri primi live in qualche fanzine al contratto con la FatCat Records con cui abbiamo prodotto il primo album.

Qui in Italia, la definizione classica che si da di voi è quella di “multimedia heavy band”.
Sei d’accordo con questo tipo di definizione o credi di poter descrivere i Breton in maniera diversa?

In realtà non me la sento di contraddire nessun tipo di categorizzazione della band che viene fatta, proprio perché le categorizzazioni sono sempre molto difficili da discutere. E questo in ogni forma d’arte.

Credo che al giorno d’oggi ogni artista si muova in una dimensione “multimediale”. Essere un fotografo un tempo consisteva nel fotografare e nello sviluppare il tuo lavoro: oggi invece l’orizzonte è più ampio e comprende l’uso di programmi come Photoshop oppure la gestione di un blog o ancora la vera e proprio produzione di mini film.

La stessa cosa succede con le band: devi essere capace di produrre un album, di creare un “evento” intorno ad esso…devi essere capace di “dire qualcosa” che vada oltre il semplice registrare delle canzoni su di un album.

C’è un modo particolare con cui cercate di bilanciare l’elemento sonoro e quello visivo nel processo creativo? Oppure talvolta uno di questi prende il sopravvento e l’altro segue di conseguenza?

In realtà no…non credo abbiamo mai nemmeno provato a controllare quel tipo di processo: lasciamo che segua il suo percorso naturale.

Il fatto di aver prodotto un album e di avere un audience che lo ascoltava è stato davvero grandioso, però non ha cambiato il nostro approccio alla produzione di video o anche al desiderio di produrre video ad un livello più alto.

Ognuno di questi elementi funziona davvero bene insieme e semplicemente siamo molto contenti e soddisfatti di questo, perciò li lasciamo così come sono.

Siete mai preoccupati che le immagini abbiano un impatto maggiore della musica…penso ad esempio al video di The Commission: siete mai preoccupati che questa dimensione “multimediale” metta in qualche modo in secondo piano la musica?

No, in realtà questo aspetto non mi ha mai preoccupato, anche perché quello che davvero mi piace dell’arte in generale è proprio la possibilità di “lasciare andare” l’idea e la possibilità che poi questa ha di crescere da sola.

Di solito sono davvero curioso di vedere dove un’idea può andare a finire. Spesso cerchiamo proprio di mischiare insieme elementi diversi proprio per sperimentare diversi punti di arrivo.

Muoviamoci ora su War Room Stories, il vostro ultimo lavoro.

Innanzitutto, mi sembra che l’album suoni in maniera un po’ diversa dai precendenti: è solo una impressione dell’ascoltatore che ancora non ha digerito la novità oppure c’è dietro un approccio diverso o magari una evoluzione, anche nelle registrazioni effettuate al BretonLABS (studio di registrazione / casa dei Breton n.d.r.) ?

Sì, in effetti credo che l’album rifletta una crescita che, spero, sia ancora in atto per noi. C’è molta personalità nei nuovi pezzi e nel nuovo album.

E’ una cosa di cui ho discusso anche con altre persone: quello succede intorno a noi è cambiato e di conseguenza anche la musica è cambiata.

Se vuoi, questo è un altro aspetto di quanto dicevo prima, cioè il non avere necessariamente un via standard nella creazione, evitare di forzare le cose necessariamente in una direzione.

Probabilmente il più grande errore che si possa commettere se si è in una band, o se si è un artista in generale, è quello appunto di dirigere a priori le cose: "dovremmo avere una canzone che fa così" oppure "dovremmo essere così". 

Credo che bisogna necessariamente riconoscere gli aspetti che ti interessano di più, ma essere abbastanza flessibili nella strategia. La tua strategia dovrebbe essere “suona la musica che ti piace, a cui tu credi…o anche solo il tipo di musica che ti interessa”.

Ho letto che per gran parte dell’anno scorso siete stati in tour: quant’è importante la dimensione live per una band come i Breton? Ti piace suonare dal vivo e ricordi qualche sensazione in particolare?

Assolutamente…noi usiamo molto Instagram, Twitter e tutti gli altri social network che al giorno d’oggi sono una parte importante dell’attività di promozione di una band. È molto interessante fare uso di tutti questi nuovi mezzi di comunicazione. Allo stesso tempo è molto eccitante essere coinvolti in qualcosa davvero “old fashion” come un concerto live. 

Se ci pensi è davvero l’attività più "classica" in cui una band può essere coinvolta al giorno d’oggi…sei su un palco, di fronte a persone in carne e ossa...è un evento, è reale, non è digitale, non c’è ripetizione…non è online o virtuale.

Credo sia anche interessante la combinazione delle due cose: ad esempio, su Instagram (http://web.stagram.com/tag/bretonlabs/) o su Twitter (https://twitter.com/bretonLABS), puoi leggere come molte persone lascino i loro commenti a proposito dei nostri live, dialoghino tra di loro e noi stessi lo facciamo con loro. Ha decisamente cambiato il nostro modo di fare musica perché è molto più coinvolta la condivisione della nostra idea di band, del nostro credere che cosa la musica può essere in questo momento.

Mi rendo conto che è davvero difficile parlarne senza suonare scontato, ma Il poter suonare delle canzoni che abbiamo scritto insieme, di fronte ad altre persone, è una delle cose più grandiose della mia vita.

Ci piace molto anche suonare in piccole venue, come ci è capitato a Seattle, Sidney o Melbourne…o in Lituania, in Romania. 

Suonare in locali molto grandi come quelli in cui siamo stati a Londra a Parigi o a Berlino è davvero grandioso, ma credo sia un grande errore per una band esibirsi esclusivamente in questo tipo di luoghi.
Una band dovrebbe essere capace di essere flessibile a livelli diversi: dovrebbe essere capace di essere una indie band, dovrebbe essere capace di produrre un album pop o di produrre un album hip hop…dovrebbe essere capace di produrre un show cinematografico.

In questo momento ci sono un sacco di confini che si stanno espandendo, con l’apporto di altri attori nella scena musicale…e credo che noi stessi siamo parte di questo movimento che si evolve in continuazione.

Volevo chiudere questa intervista chiedendoti cosa state ascoltando in quest’ultimo periodo: c’è qualche artista o qualche album in particolare che vi ha colpito negli ultimi mesi? Chi ammirate davvero nella scena musicale odierna?

Certo, ci sono alcuni artisti davvero incredibili che ascoltiamo spesso mentre siamo in tour e viaggiamo nel nostro van: c’è questa nuova giovane artista inglese, Mokadem, ha prodotto solo un EP per il momento (http://thump.vice.com/words/listen-to-an-advanced-stream-of-the-debut-ep-from-mokadem) ma è davvero incredibile…ascoltiamo spesso l’ultimo album di John Hopkins (Immunity del 2013 n.d.r.) ed anche i suoi sono degli incredibili pezzi musicali. Ho da poco sentito anche il nuovo pezzo di Damon Albarn (http://www.nme.com/news/damon-albarn/75162) e credo sia davvero interessante.

Grazie Roman, noi vi facciamo un in bocca al lupo per i vostri prossimi live e vi aspettiamo con ansia qui a Bologna, domani sera al Covo Club.

Grazie mille !

William Dempsey


Ascolta Online


realizzato da Channelweb srl  /  progetto grafico Eddy Anselmi  /  P. IVA 00954970372

Questo sito web impiega cookie tecnici e di profilazione, proseguendo nella navigazione si acconsente al loro utilizzo close[ informazioni ]