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Grecia, l'accordo che ipoteca la democrazia

Raggiunto un accordo per un nuovo piano di aiuti alla Grecia, in cambio di misure molto severe.


di Andrea Perolino
Categorie: Esteri, Economia
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Al termine di una riunione andata avanti tutta la notte i leader dell'eurozona hanno raggiunto un accordo unanime sulla Grecia. Il nuovo piano di aiuti prevede un programma di riforme drastiche che il Parlamento di Atene dovrà approvare entro due giorni, oltre all'istituzione di un fondo di privatizzazione degli asset pubblici greci. Prevalgono ancora i diktat dell'austerity, mentre l'esito del referendum è ignorato.

#ThisIsACoup, "Questo è un colpo di Stato", è l'hashtag che sta facendo il giro dei social network dopo il termine delle trattative tenutesi a Bruxelles tra i leader dell'eurozona. Una riunione di 17 ore, durata tutta la notte, al termine della quale è stato raggiunto all'unanimità un accordo sulla Grecia. A prevalere è stata la linea inflessibile e intransigente dettata dalla Germania, per la quale la possibilità di una ristrutturazione del debito greco non è mai stata un'opzione sul tavolo. Via dunque a un nuovo programma di salvataggio, in cambio di misure drastiche all'insegna dell'austerity.

L'accordo prevede un piano di aiuti da 86 miliardi subordinato all'approvazione in tempi record (entro mercoledì) di una serie di riforme che toccano l'Iva, le pensioni, il mercato del lavoro e la giustizia. Viene inoltre istituita la creazione di un fondo di 50 miliardi derivanti dalla privatizzazione di asset pubblici greci per ricapitalizzare le banche e ridurre il livello del debito. "Si tratta di uno scambio drastico - spiega l'economista Giacomo Bracci - ovvero la permanenza della Grecia nell'eurozona e degli aiuti finanziari in cambio di un programma di austerità che rischia di essere ancora più duro di quello precedente. Oltre al danno la beffa, perché questo programma di privatizzazioni aggiunge ulteriori note negative rispetto all'accordo iniziale".

I margini di manovra del governo di Atene sono strettissimi. Le misure dettate dall'accordo dovranno passare al vaglio delle istituzioni e rispecchiare le richieste dei creditori internazionali. L'accordo - rispetto al quale potrebbero verificarsi spaccature all'interno del governo Tsipras - dovrà poi essere accettato dai parlamenti dei paesi della zona euro. Solo allora si apriranno i rubinetti per il prestito da parte del Fondo salva-Stati. "Da un lato c'è ancora un clima di sovranità controllata, che minaccia e impedisce la fornitura di beni essenziali, dall'altro non ci sono aperture per un haircut sul debito greco ma soltanto la possiblità di estendere le scadenze del pagamento - sottolinea Bracci - Una boccata di ossigeno che però servirà solo a ripagare i debiti esistenti, e quindi una stagnazione del tenore di vita dei cittadini greci. Non ci sono aperture espansive, ma ci saranno solo nella misura in cui dei beni pubblici di fondamentale importanza verranno privatizzati. Si sta scambiando la sostenibilità finanziaria con le risorse reali di cui i cittadini greci hanno estremo bisogno".

Il referendum con il quale i cittadini greci avevano espresso tutta la loro contrarietà all'austerity sembra essere lontanissimo. Emerge anzi sempre più forte il sospetto che i falchi del rigore abbiano voluto punire la Grecia per quel tentativo di cambiare rotta ai negoziati. Come spiega Bracci "la Germania di Merkel e Schauble ha una maggioranza schiacciante all'interno dell'Eurogruppo, conseguita grazie a una linea incentrata sul primato dell'economia tedesca, piuttosto che su una genuina visione europea". La messa in sicurezza dei Paesi dell'Europa centrale e del nord ha insomma prevalso rispetto al salvataggio della Grecia.


Ascolta l'intervista a Giacomo Bracci

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