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Gli affari Eni svelati dall'associazione per i Beni Comuni

L'inchiesta che coinvolge Eni sulla maxi tangente in Nigeria già resa pubblica da Re:Common.


di Alessandro Canella
Categorie: Esteri, Giustizia
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Il petrolio nel Delta del Niger. Foto: Luca Tommasini/Re:Common

Il caso che ha portato all'indagine per corruzione internazionale nei confronti di Eni, accusata di aver pagato una maxi-tangente nell'aggiudicazione di una licenza petrolifera in Nigeria, era già stato sollevato da ong e dall'associazione Re:Common. La questione era stata posta prima dell'assemblea degli azionisti di maggio. Ecco come si è arrivati all'inchiesta.

Claudio Descalzi, attuale amministratore delegato di Eni, insieme a Paolo Scaroni, ad uscente, e all’alto dirigente Roberto Casula sono indagati dalla Procura di Milano per il presunto caso di corruzione per l’aggiudicazione del blocco petrolifero OPL 245 in Nigeria. Insieme a loro, i giudici indagano anche su Luigi Bisignani, passato agli onori della cronaca per il suo coinvolgimento nella P4, in cui fu condannato. Oltre all'indagine, le autorità inglesi e svizzere hanno già congelato preventivamente 190 milioni di dollari della compagnia a Londra.
Una vicenda molto torbida, riguardante il petrolio, che solo ora è passata sotto la lente della magistratura, ma il caso era già stato fatto presente, prima dell'assemblea degli azionisti del maggio scorso, dall'ong Global Witness e dall'associazione Re:Common.

Andrea Tricarico di Re:Common ha spiegato ai nostri microfoni tutta la vicenda: "L'Eni ha cercato di acquisire la licenza in modo alquanto dubbio. Prima aveva tentato un negoziato tramite intermediari nigeriani e tramite Luigi Bisignani, ma la trattativa saltò perché è cambiato il governo in Nigeria e quello che emerge dalle carte della Procura di Milano è che sostanzialmente l'Eni ha cercato, anche attraverso l'intermediazione del governo nigeriano, di acquisire la stessa operazione e gran parte dei fondi di questo miliardo e centomilioni di dollari servivano per oliare le macchine e ottenere l'assenso dei vari potentati locali al fine di ottenere la licenza".

Le avvisaglie della possibile corruzione sono state diverse. Anzitutto, come spesso succede in questo genere di intrighi internazionali, erano talmente tante le persone da pagare che qualcosa è andato storto. "Quando è avvenuto un cambio nel negoziato con l'inserimento del governo nigeriano, che chiedeva abbondantemente la sua parte - racconta Tricarico - Quando l'affare è stato concluso nell'aprile 2011, uno degli intermediari nigeriani, Emika Obi, legato alla cordata esclusa di Bisignani, ha fatto causa alla Corte di Londra all'ex ministro nigeriano per il Petrolio, titolare della licenza".
Dai documenti della causa è emerso un ruolo alquanto sospetto di alcuni dirigenti Eni che regolarmente avevano incontri con questi faccendieri.

Qui nasce il ruolo di Re:Common che, insieme ad altre associazioni ed ong, aveva sollevato il caso, sia in forma scritta che legale, al governo italiano e all'assemblea degli azionisti di Eni nel maggio scorso. L'allora amministratore delegato Scaroni aveva risposto, anche in Parlamento, che Eni non aveva mai utilizzato intermediari, ma le carte ora dimostrano il contrario.
"È singolare - commenta Tricarico - che il governo Renzi, che all'epoca voleva dare un segnale di discontinuità, cercando di imporre standard etici anti-corruzione, ora si trovi a difendere Descalzi".


Ascolta l'intervista ad Antonio Tricarico

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