Radio Città Fujiko»Eventi

Chiude Vie Festival 2019 con un manifesto per una nuova idea d'Europa

Vie Festival chiude i battenti tra Bologna e Modena presentando spettacoli che raccontano nuove generazioni di artisti che cercano strade per evadere dalla ristrettezza dei confini nazionali


di Simona Sagone
Categorie: Teatro
iameurope2_-jeanlouisfernandez_119_512x341_a9705cbfba3649e917e4b43c3ff47470.jpg

Una compagnia di giovani provenienti da tutt'Europa, riunita a Strasburgo, ha creato uno spettacolo in cui attori e pubblico insieme riflettono sul significato e sulle contraddizioni dell'Europa; in Grecia Dimitris Kourtakis, ispirandosi a Beckett, ha costruito una performance capace di simbolizzare la situazione delicata del suo Paese e dei suoi abitanti, intrappolati in una situazione da cui non riescono ad uscire come fossero in una casa sul mare dentro la quale non possono nemmeno immaginare una finestra sul blu.    

I confini, le frontiere, le barriere, sono al centro della riflessione artistica in questo momento, come della discussione mediatica. Se la politica internazionale sembra orientarsi verso una linea sicuritaria e di innalzamento di muri e linee difensive contro una supposta invasione massiva da oltre i confini europei, la ricerca teatrale grida forte all'opinione pubblica e, inascoltata al momento, ai governanti, di abbattere i confini nazionali, di rinunciare al concetto di nazionalità elaborando nuove regole di convivenza seguendo semplicemente la realtà dei fatti in cui giovani nati in un Paese si spostano in altri continuamente, sentendo di appartenere a più luoghi contemporaneamente, senza per questo diventare "multinazionali" e senza rinnegare le proprie radici culturali.

La sperimentazione teatrale presentata a Vie Festival in questo ultimo fine settimana della rassegna, sicuramente avrà lasciato profonde tracce nel pubblico che, nelle sale di Bologna e Modena, ha assistito a "I am Europe" e a "Failing to levitate in my studio" sollecitando forse desideri di contrastare quel senso di oppressione che ci pervade intimamente, quell'angoscia profonda per l'apparente impossibilità a cambiare lo stato di cose esistente nel nostro orizzonte europeo e uscire, evadere, dalla crisi culturale prima ancora che economica che sta disintegrando il sogno, l'utopia dell' integrazione culturale, della "casa europea" come anche della possibilità della individuale costruzione  e realizzazione di sé per innalzarsi, levitare, oltre le costrizioni, in libertà.

Spettacoli molto diversi l'uno dall'altro quelli di Dimostris Kourtakis in prima nazionale allo Storchi e quello di Falk Richter all'Arena del Sole, originati entrambi dagli sconvolgimenti causati sul piano individuale dalle difficoltà della politica europea, così in Grecia dopo la profonda crisi che l'ha attraversata e le pesantissime imposizioni della Troika, come in ogni parte d'Europa ove movimenti razzisti, xenofobi, sessuofobici, omofobici, antifemministi stanno prendendo sempre più spazio e conquistando masse impaurite e impoverite dalla crisi economica.

I am Europe, racconta dal palco il giovane Gabriel, è un progetto iniziato a Venezia nel 2014 e poi concretizzatosi come spettacolo al Théâtre National de Strasburg, attorno a un gruppo di performer provenienti da tanti Paesi europei diversi, centrato proprio sul superamento del pensare in termini di nazione, per far entrare piuttosto nell'immaginario di ciascun cittadino, europeo e non, l'idea che gli esseri umani sono "vite in costruzione" e in continua costruzione, o se vogliamo, evoluzione, trasformazione, per tutta la vita. Nel percorso di costruzione di sé, ogni confine nazionale è una violenza all'autodeterminazione, al desiderio di essere e di amare.

Lo spettacolo suona come un appello della generazione dei venti e trentenni, cresciuti con l'Erasmus e la valigia in mano, alle generazioni che le hanno precedute e che hanno stabilito le regole del gioco europeo in cui loro oggi si trovano a giocare: regole malate sia sul piano del sistema economico finanziario che sul piano dei diritti e delle disuguaglianze sociali, che delle norme in materia ambientale.

II gruppo di performer ha ragionato a proposito di che cosa sia oggi oggi l'Europa  e delle sue enormi contraddizioni. L'Europa è l'eco della prima e della seconda guerra mondiale; è Bach, Beethoven, Shakespeare e Ibsen; sono i poveri e i ricchi; è la paura dei "troppi" stranieri; sono le donne straniere che puliscono i bagni tanto quanto le boutique chic di Parigi; è frontex, i neo fascisti e i gilè gialli. L'Europa è  la voglia di pace che tuttavia conduce guerre fuori dai propri confini; è lo sfruttamento della manodopera straniera a basso prezzo, quella stessa manodopera che disprezza e che minaccia di espellere dal suo territorio.

Agli occhi di questi ragazzi la casa europea non può che apparire in procinto di sprofondare e destrutturarsi così come il sogno dell'integrazione sotto la pressione dell'odio, on e off line, odio verso tutte le minoranze e verso ogni diversità.

L'analisi impietosa che il gruppo propone delle contraddizioni di questa nostra europa, attraverso racconti di vita vissuta, video, canzoni e danza, non si ferma alla pars destruens, ma è un concreto gesto artistico di controinformazione, un tentativo di combattere per cambiare qualcosa, un voler battersi contro le ingiustizie sociali prevenendo la catastrofe imminente della possibile ascesa ai vertici del Parlamento Europeo dei partiti neo fascisti e xenofobi.

Gioiosamente, con la forza della speranza e della conoscenza,  I am Europe suggerisce un' inversione di rotta a tutti gli spettatori rispetto alle parole d'ordine imperanti "crescita" e "sicurezza". Come nuovi partigiani e partigiane, cantando Bella ciao in tante lingue diverse, questi giovani artisti indicano la strada da seguire per la resistenza.

Kourtakis con "Failing to levitate in my studio" presentato a Modena, ha trasposto teatralmente la situazione interiore che tanti greci e non solo, stanno vivendo in questo momento di transizione dalla più nera crisi economica a una possibile risalita dal punto più basso in cui ha confinato l'esistenza, mettendola in attesa.

Se nella performance di Richter si parlava di vite in costruzione, con Kourtakis si parla di vite in attesa, non si sa bene di cosa. Esattamente come a teatro prima che cominci uno spettacolo, quando si è arrivati anche troppo presto e non si sa cosa attendersi, le vite degli esseri umani sono vite in attesa, corpi che si arrampicano e lottano finanche contro la gravità, pur di rimanere in movimento, di muoversi verso una possibile via d'uscita con la consapevolezza che il peggio non sta alle spalle, ma davanti a sé.

Ognuno aspetta il suo Godot davanti a una porta chiusa, incapace di immaginare chi o cosa ci sia dietro quella porta e aspetta indefinitamente, anche fino all'uscita finale, fino al silenzio eterno.

Qui Beckett è molto presente come ispirazione e come modalità del flusso di parole parzialmente surreale, allusivamente politico (il riferimento alle torture sotto il regime dei colonnelli è esplicito oltre che all'attuale situazione greca).

Elemento costitutivo della performance è il progetto scenografico ideato dallo stesso Kourtakis, costruita in gesso da Freddy Gizas e poi realizzato da Lazaridis Scenic Studio. Si tratta di un cubo bianco, una specie di casa con alcuni tagli e finestre dai quali si intravedono, a tratti, il performer Aris Servetalis e il cameramen Jerémie Beraert. Per tutto lo spettacolo, di Servetalis si vede direttamente soltanto un braccio o una gamba, mentre tutta l'azione scenica lo spettatore la vede attraverso le riprese video proiettate sul muro esterno. La regia video è una colonna portante del progetto in quanto co- costruisce la visione dell'azione scenica per lo spettatore, impedita dalle pareti della scenografia chiusa.

Oltre la vista, l'udito dello spettatore è continuamente sollecitato da suoni e rumori: il suono della voce narrante, calma, poetica, rassicurante e, quasi a contrasto, si percepiscono rumori inquietanti di leggere percussioni metalliche. La partitura sonora di Dimitris Kamerotos è continuamente cangiante, alterna momenti di silenzio a sinistri rumori di strada o di fabbrica forse, che vengono da un'anta di un armadio che continua ad aprirsi nonostante i ripetuti sforzi del performer di chiuderla per restare concentrato sulle proprie azioni e sul flusso dei propri pensieri.

Pur nella ripetizione dei gesti, nel continuo salire e scendere da scale, armadi, oggetti, la performance non è mai monotona dato il continuo cambio di prospettiva, i rovesciamenti delle immagini proiettate che fanno perdere i riferimenti di alto e basso, di dentro e fuori.

Con piccoli passi ostinati l'essere umano cerca di fuggire dalla situazione/casa che lo intrappola. Non riuscendoci, quando tutto appare grigio, il prigioniero almeno prova a immaginare la possibilità di una finestra aperta sul mare, ma non cede alla paura che lo porterebbe alla rabbia e alla vendetta, va avanti, resta in attesa con le parole a tenergli compagnia fino alla morte.

Failing-to-Levitate-in-My-Studio_3.jpg

Ascolta Online


realizzato da Channelweb srl  /  progetto grafico Eddy Anselmi  /  P. IVA 00954970372

Questo sito web impiega cookie tecnici e di profilazione, proseguendo nella navigazione si acconsente al loro utilizzo close[ informazioni ]