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1917 una rivoluzione in scena

ErosAntEros mette in scena  i testi dei poeti che hanno cantato la rivoluzione russa del 1917 insieme al quartetto Noûs.


di Simona Sagone
Categorie: Teatro
1917 Credit Gianluca Sacco

Agata Tomsic, protagonista di 1917, incarna in modo personale e ironico le potenti parole di Majakovskij, Blok, Chlebnikov, Pasternak e Geršenzon sulla musica di Šostakovic a ricordare, insieme all'utopia rivoluzionaria, l'infrangersi di quello slancio nella follia dittatoriale. 

Lo spettacolo, che ha debuttato in prima assoluta al Ravenna Festival il 28 giugno, approda ora all'Arena del Sole di Bologna, e appare come un intelligente collage di testi poetici che narrano la preparazione e il compiersi passo passo della rivoluzione russa del 1917. Agata Tomsic, aiutata nella scelta dal professor  Fausto Malcovati, ha montato drammaturgicamente brani significativi di Majakovskij in particolare, per narrare la forza ribelle della rivoluzione, l'entusiasmo della guerra di popolo contro il capitalismo, combattuta dal grande scrittore usando "versi come baionette". 

Agata, attraverso Majakovskij, evoca la figura di Lenin, il calore che le sue idee hanno suscitato nel poeta come nel popolo al suo arrivo a Pietrogrado grazie al famoso treno che lo riportò in patria agli albori di quella rivoluzione di cui è ricorso il centenario poche settimane orsono e che Bologna sta ricordando attraverso la mostra Revolutija al Mambo .

Efficaci e ben fatte le animazioni curate da Gianluca Sacco elaborando le sagome di alcuni dipinti di Dmitrij Bisti il quale ha a sua volta inteso narrare per immagini il poema majakovskiano "Lenin!"

Convincono dello spettacolo, oltre le proiezioni animate che sottolineano alcune delle parole chiave dei testi poetici con una grafica che ricorda gli straordinari manifesti di propaganda di Majakovskij e Rodchenko, anche i costumi di scena, ispirati probabilmente a quelli creati da Malevic per "Vittoria sul sole" (in mostra al MAMBO).

Su tutto spiccano i versi messi in voce da Tomsic, forse con una musicalità a tratti troppo ripetitiva assai poco variata anche nei ritmi. 

Colpiscono le parole di Block ne I dodici "la Russia non c'è più, la Russia è in tempesta", scritte nel gennaio 1918 a pochi giorni dalla presa del Palazzo D'Inverno che raccontano di un popolo minuto che non comprende le parole d'ordine della rivoluzione e di dodici bolscevichi che vanno a combattere con esiti drammatici, in un andare processionale che arriva ad evocare anche Gesù, apparso anche in scena attraverso le animazioni grafiche.

Ancora Blok risuona nelle orecchie del pubblico con le parole d'ordine "rifare tutto" (da Intelligencija e rivoluzione anch'essa del gennaio 1918),com annuncio della necessità di un rinnovamento globale per una "vita giusta" di "pace e fratellanza" come desiderio di credere in qualcosa che non esiste ancora sulla terra, ma che deve esistere.

Fa da contraltare a tutta l'energia e il gioioso furore rivoluzionario che promana dai versi dei poeti priposti durante lo spettacolo, la musica di Dmitrij Šostakovič, il Quartetto n. 8 in do minore, op. 110 eseguita dal Quartetto Noûs scritto come monito delle distruzioni causate dalla Seconda Guerra Mondiale e dedicato “aIle vittime della guerra e del fascismo”.

La declamazione eccessivamente sopra le righe di Tomsic voleva forse rompere la retorica rivoluzionaria e schernire tanto gli ingordi capitalisti evocati da Majakovskij, mai sazi del sangue degli operai da loro sfruttati, quanto i sostenitori stessi della rivoluzione, i cantori "della grande epopea" che si sentivano affratellati a tutti i russi che avevano imbracciato allora le armi per un epocale cambiamento.

Momenti particolarmente piacevoli dello spettacolo sono quelli in cui Agata Tomsic, non più accompagnata dal quartetto, ma con un sottofondo di una dolce musica popolare russa, con un tono pacato e caldo, mette in risalto i versi di Chlebnikov di Solo noi, arrotolati i vostri tre anni di guerra composti nell'aprile del '17  che ritraggono una patria cannibale che si nutre dei suoi uomini i quali, ispirati dai grandi valori di "Libertà", Fratellanza", "Uguaglianza", verranno giudicati da alcuni forse come sfacciati, da altri come santi.  Intrigante è anche il momento corale de pre finale quando i musicisti si fanno per un istante attori dando vita, insieme alla protagonista, ad un gioco sonoro su versi di Majakovskij contrappuntati da rumori come di sintonizzazione radiofonica.

Risulta chiaro, dall'epilogo nel sangue del progetto teatral- musicale, a evocare la dittatura apparsa dopo il sogno rivoluzionario, la volontà del regista Davide Sacco di non voler cedere alla celebrazione della rivoluzione russa, ma di voler lasciare agli spettatori il giudizio su quella nuova idea di Stato che è sembrata per un istante passare da "nostra alfin sarà" a "nostra alfine è". 

Se le repliche bolognesi sono ormai concluse non resta altro, a chi si è incuriosito, che seguire la tournée di ErosAntEros per valutare personalmente questo 1917.

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