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Turandot: esplosione di colori in ambientazione futuribile

Dal Massimo di Palermo arriva a Bologna l'abbagliante regia di Turandot di Fabio Cherstich che si è avvalso di un collettivo di artisti rinomati ed esposti in tutto il mondo, per reinventare l'opera.


di Simona Sagone
Categorie: Teatro
Turandot-foto creditStudioCasaluci

Il Comunale di Bologna presenta una Turandot straordinaria, ambientata in una società del futuro creata visivamente dal Collettivo AES+F attraverso video, scene e costumi che dominano la scena sostenendo la ieraticità dei movimenti scenici e lasciando emergere le straordinarie voci dei protagonisti.

La stagione lirica cittadina fa filtrare una luce abbagliante ospitando la regia di Turandot di Fabio Cherstich già presentata a gennaio 2019 a Palermo con la realizzazione di video, scene e costumi affidata ad un gruppo di video artisti russi gli AES+F.

Il video domina la scena presentando una società matriarcale del futuro descritta da Cherstch come "radical- tecno- femminista", in cui gli uomini vengono puniti per aver, nel lontano passato, commesso violenze inaudite sulle donne arrivando a radicalizzare l'odio verso di loro, incarnato dalla potente principessa Turandot.

Nel ventre di un drago volante, simile a una mitologica balena o vagina dentata, vengono rinchiusi prigionieri maschi in attesa di essere decapitati, sorvegliati e torturati da mostri femminei ectoplasmatici dalle lunghe braccia o tentacoli che si presentano anche riuniti in un unico essere che assume la forma di un polipo gigante a mille teste di donna con seni e tentacoli.

Il coro, potente, canta nel primo atto, presentado la vicenda dinanzi alle mura della città imperiale, come da libretto. Questa città scorre letteralmente davanti agli occhi degli spettatori come una megalopoli futuribile con edifici altissimi, colortissimi e dalle forme elicoidali ed orientaleggianti. Astronavi e draghi volanti passano tra i grattacieli, mentre la folla riunita acconsente all'imminente morte del Principe di Persia, condannato, dalla sovrana, a morte perchè non ha sciolto i tre enigmi, sola condizione per assoggettarsi a diventare una moglie.

Dominano nei costumi e nel video della città, i colori del viola e del rosa, accompagnati da punte di giallo, è un tripudio di colori vivaci di grande impatto. La principessa e le sue guardie hanno invece il colore candido del bianco latte, della purezza, della verginità che contrasta con i forti toni della città d'intorno.

Se l'occhio degli spettatori è catturato dalle immagini in movimento e dai colori, l'orecchio ascolta attento le voci superbe del cast artistico che pronunciano ogni sillaba con grande chiarezza amalgamando incredibilmente il libretto scritto da Giuseppe Adami e Renato Simoni cent'anni fa, sulla fiaba di Carlo Gozzi, all'ambientazione in questa società matriarcale del futuro.

Spicca su tutte la voce di Mariangela Sicilia, con la sua pietosa ed innamorata Liù, strepitosa nei suoi dolcissimi e struggenti pianissimi, in contrasto con il suo costume da infermiera, scelto forse perchè quello dell'infermiera sexi è un'icona maschile e maschilista che la femminista Turandot doveva inevitabilmente contrastare e annientare.

Misurato e coinvolgente è anche Gregory Kunde nei panni di Calaf che riesce a mettere tutto il suo desiderio di conquista, di vittoria e il suo amore ardente, nella voce pur senza quasi rivolgere uno sguardo reale all'agognata Turandot, non si sa se per comodità di concentrazione sul canto o per indicazione registica.

Personaggi più liberi di colorare letteralmente la scena con i costumi e con i loro movimenti sono i tre guardiani ed emissari del regno Ping Pang Pong vestiti di un rosso sgargiante. Come personaggi con venature a tratti ironici e clowneschi a loro il regista ha dato più libertà di movimento e gioco, concessione per la verità elargita anche all'intervento del coro di voci bianche, mentre la ieraticità che da didascalie è attribuita alla sola Turandot "marescialla del cielo", Cherstch la estende anche a tutti gli altri personaggi principali dell'opera per concentrare gli sguardi sulle immagini.

Oltre ad apprezzare l'interpretazione scenica del trio Vincenzo Taormina (Ping), Francesco Marsiglia (Pang) e Cristiano Olivieri (Pong), il pubblico ha valorizzato con grandi applausi le loro interpretazioni vocali, senza per altro far mancare tributi al resto del cast tra cui cito la profonda e pacata voce del basso In Sung Sim che interpreta il re Tartaro spodestato Timur, e quella potente di Hui He nei panni della terribile Turandot, a cui si può rivolgere solo l'appunto di una dizione italiana non impeccabile specie per le o troppo chiuse.

Nello sfavillio delle immagini che scorrono nei video, la scena sul palcoscenico è registicamente statica, i personaggi non si guardano tra loro, se non di sfuggita e raramente, non interagiscono i corpi tra loro, non c'è iterazione se non nel canto, i corpi ne sono esclusi. Questa è la pecca maggiore di una regia che ha puntato tutto sulla meraviglia, sulla perfezione delle immagini in movimento, sui colori dei costumi, e si è dimenticato dei corpi veri, reali, presenti dei protagonisti lasciati esprimere vocalmente al loro meglio, senza dover preoccuparsi di farli anche recitare.

Credo tuttavia che la professionalità mostrata da ciascun membro del cast, omaggiata da minuti di sonori applausi a scena aperta e finali, non sarebbe stata minore anche se "costretta" all'interazione corporea con i colleghi onde esprimere i sentimenti non solo vocalmente, ma anche con l'atteggiamento fisico.

Questa notazione non toglie valore all'insieme che conquista lo spettatore visivamente e uditivamente.

L'orchesta è coinvolgente, il direttore Valerio Galli porta a dei fortissimi di grande emozione, conquistati passo a passo da momenti di sublime delicatezza. Emerge ogni suono del più piccolo strumento percussivo in partitura con equilibrio e rigore. Le melodie pucciniane tanto amate e conosciute, emergono con rinnovato spirito, come udite per la prima volta forse per l'accostamento a immagini tanto ardite e forti come quelle quelle delle teste d'uomini mozzate trasportate su petali di fiori che trasmutano poi in gocce di vivido sangue che, a propria volta, congiungendosi formano stelle filanti di sangue colante, per diventare infine una tela di fine merletto.

Il video che personalmente ho apprezzato meno e che porta davvero lontano dalla trama della Turandot, non integrandosi con essa, è quello finale in cui idelamente, in una sorta di paradiso celeste si incontrano tutte le vittime di violenza, sia le donne violentate e uccise da uomini nel lontanopassato del regno, sia gli uomini decapitati dalla vendicativa Turandot, in un regno celeste di libero amore tra etnie, tra sessi senza limitazione alcuna, come auspicio forse ad un'adozione di quello spitito anche sulla terra oggi sotto lo sguardo di una grande e sorridente budda bimba.

Per quanto possa essere auspicabile un ritorno reale a un matriarcato pre apollineo, non violento e ispirato a valori pacifisti, qui identificati in una divinità bambina, femmina, questo video non aggiungeva valore a quanto già mostrato spingendo la narrazione video parallela a quella scenica attoriale e canora, molto oltre l'attualizzazione o futurizzazione della fiaba gozziana.

Complessivamente la messa in scena è straordinaria, sarà annoverata tra le pietre miliari di un'evoluzione della regia lirica e forse sarà anche perfezionata arrivando ad una integrazione più piena tra recitazione, canto, musica, effetti speciali e nuove tecnologie, nel solco dell'eterna ricerca che prosegue dalla nascita del teatro d'opera. 

Uno spettacolo entusiasmante, con voci di grande intensità emotiva e al contempo pulite e senza vezzi o sporcature, una direzione musicale capace di amalgamare col suono orchestrale e vocale la visionarietà delle proiezioni con le esigenze della partitura accontentando tutto il pubblico plaudente senza eccezioni.

Sul podio porrei alla sommità il collettivo AES+F, sul secondo gradino il Direttore Valerio Galli, e al terzo posto, ma da regina di fronte ai cui pianissimi da brivido ogni udente debba inchinarsi, la mirabile Mariangela Sicilia, una voce che conquista.

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