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La democrazia in America? Un rebus di Castellucci

All'Arena del Sole il nuovo lavoro di Romeo Castellucci,  ispirato al famoso testo di Alexis de Tocqueville La democrazia in America. 


di Simona Sagone
Categorie: Teatro
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Suggestioni attraverso scenografie e costumi, ma dopo i pimi dieci minuti piuttosto espliciti e accattivanti, non si trova, nel resto delle due ore di spettacolo un chiaro riferimento al concetto di democrazia in America. 

Romeo Castellucci ha un'alta opinione del suo pubblico che ormai da anni lo segue entusiasticamente, tanto da ritenere che tutti quanti abbiano ben presente il denso contenuto del saggio di Tocqueville La democrazia in America. 

Per questo motivo il regista ha deciso di digerire minuziosamente Tocqueville e di restituire agli spettatori soltanto alcune suggestioni derivanti dalla sua lettura del testo politico filosofico.

Per tutto il lungo spettacolo non una citazione di Tocqueville  soccorre gli spettatori mettendoli nelle condizioni di comprendere il senso profondo delle scene mimiche o danzate ispirate a quei contenuti e alla storia americana.  Unico rifrimento esplicito all'iter di costituzione del corpus giuridico della costituzione americana e all'edizione dei singoli emendamenti costituzionali, viene a metà spettacolo, attaverso una serie di date che corrispondono all'approvazione dei diversi atti costitutivi della democrazia americana. Appaiono solo delle scritte, in inglese, che riportano i titoli degli atti approvati dal congresso con a fianco le date di approvazione, senza alcuna delucidazione sul portato ideale o sulle conseguenze specifiche di ciascun atto.

Tornando al principio della pièces, risulta interessante l'ingesso in scena di diciotto donne vestite di bianco con divise che ricordano, in parte, quelle delle suffragette e che danno alle performers l'aria di soldatesse - majorette. Ciascuna porta in mano una bandiera sulla quale è riportata una lettera che insieme compongono il titolo Democrazia in America poi anagrammato a comporre differenti frasi arrivando a formare nomi di Paesi in cui gli Stati Uniti hanno avuto interessi politici ed hanno voluto esportare la loro concezione di democrazia. Una performers si denuda e si cosparge di sangue sbattendo i lunghi capelli arrossati su di una barra bianca di metallo, che potrebbe rappresentare la forza militare americana. La scena, probabilmente, voleva simbolicamente raccontare come l'esportazione della democrazia statunitense abbia insanguinato il suolo delle terre stranere evocate dai nomi composti con le bandiere, insozzando il candore del bianco democratico.

Lo spettacolo evoca i canti degli schiavi nelle piantagioni di cotone che si ammazzavano di lavoro per non essere picchiati e sopravvivere, canti rivissuti da gruppi di forzati costretti dai carceriri a spaccare pietre, quelle pietre sulle quali la grande America è stata edificata.

Interessante un elemento scenico ricorrente: un complesso scultoreo in stile greco ad evocare, alle spalle del faticoso percorso di costruzione degli Stati Uniti D'America, la grande democrazia ateniese.

Meno comprensibili le danze presentate in scena che, stando al programma di sala, dovrebbero rappresentare le successive ondate di colonizzazione ad opera di genti di diverse provenienze, che esprimevano la propria cultura d'origine danzando.

Secondo le parole del regista "la politica e tutti i diritti che ne conseguono hanno origine nel momento in cui si smette di danzare." Le danze in scena le abbiamo viste, apprezzandone anche le coreografie, ma il successivo momento di edificazione delle strutture politiche ed amministrative non è emerso con sufficiente forza da essere afferrato da quegli spettatori poco addentro nella storia americana per cogliere qualche allusione a precisi fatti storici.

La lunga scena ambientata in una log- hause del New England, casa di contadini molto religiosi, alla fine lascia dentro l'amarezza del vizio di forma di molti ordinamenti giuridici nei quali la legge umana è quasi sovrapposta alla legge divina tanto da poter constatare una coincidenza perfetta tra le sentenze di un giudice e la punizione celeste emanata dalle autorità religiose.

Altre scene dello spettacolo avrebbero potuto essere inserite in qualunque altra performance con un diverso titolo legato forse alla religione o al concetto di colpa. E' parso di cogliere anche una citazione di 2001 Odissea nello spazio di Kubrik in una eccessivamente lunga scena in cui si muovevano solo elementi scenici vagamente riconducibili ad astronavi.

A fine spettacolo, si rimpiangono altre serate passate con l'idimenticabile Orestea, o il Giulio Cesare, ma anche il più recente Go down, Moses e, con molti interrogativi irrisolti, si esce dalla platea.

Non era intenzione della Socìetas fare una riflessione politica, ed è ovvio che una rappresentazione teatrale non possa didascalicamente illustrare un trattato, tuttavia gli spettatori si aspettavano di assistere ad uno spettacolo e non di dover risolvere un rebus.

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