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L'Afghanistan raccontato dal teatro dell''Elfo- parte prima e seconda

Torna dal 28 novembre al 2 dicembre all'Arena del Sole Afghanistan il grande gioco e Enduring Freedom coproduzione di Teatro dell'Elfo ed Emilia Romagna Teatro Fondazione


di Simona Sagone
Afghanistan Il grande gioco

Intensa, sconvolgente, dura e terribilmente d'attualità la riflessione storico politica sulla creazione a tavolino di una nazione proposta da Ferdinando Bruni ed Elio de Capitani in questo spettacolo che ripropone al pubblico italiano un testo commissionato e prodotto già nel 2009 dal Tricycle Theatre  di Londra, officina del teatro politico inglese.

Il teatro necessario è un teatro che entra in questioni cruciali per la comunità e che pone interrogativi complessi, spesso irrisolvibili univocamente. E' così dal tempo delle rappresentazioni del teatro greco.

In Afghanistan il grande gioco assistiamo alla messa in scena di momenti cruciali per gli assetti geo politici dell'Asia, avvenuti nell'arco di più di un secolo, dal 1842 al 1996, che coinvolgono grandi potenze quali la Gran Bretagna, la Russia e gli Stati Uniti, calati nella realtà di uomini e donne reali, concreti, che debbono prendere decisioni, fare scelte difficili, dare ordini dalle conseguenze imprevedibili nel lungo periodo, che tuttavia il pubblico sa condurre ad uno stato di guerriglia permanente e a infiniti lutti.

Il Tricycle Theatre  di Londra nel 2009 ha commissionato a 13 autori il racconto del rapporto tra l'Occidente e l'Afghanistan, stato di importanza strategica nello scacchiere mondiale. Ne sono usciti 13 quadri teatrali che analizzano con accuratezza la storia degli equilibri di potere che si sono giocati in quell'area geografica dall'800 ai giorni nostri. 

Il Teatro dell'Elfo ha suddiviso in due spettacoli diversi i testi degli autori inglesi proponendo, nella prima parte denominata "Il grande gioco", le prime 5 tappe del lungo viaggio della compagnia in duecento anni di storia afghana, già visto dal pubblico bolognese in finale di stagione nel 2017.

Il 28 novembre 2018 debutterà a Bologna la seconda parte del progetto Afghanistan con "Enduring Freedom" che racconta gli anni dal 1996 fino al 2010, e sarà possibile assistere o solo a questo secondo episodio, oppure vederlo, in un’unica maratona, insieme a Il grande gioco nelle giornate di sabato 1 e domenica 2 dicembre.

Ripropongo qui la recensione da me scritta nel giugno del '17 dopo la visione de "Il grande gioco" per farvi entrare nel clima di quanto potrete vedere all'Arena del Sole  questa settimana.

I cinque quadri di cui si compone Il grande gioco sono stati scritti da Stephen Jeffreys, Ron Hutchinson e Joy Wilkinson e si concentrano sul periodo tra il 1842 e il 1930 della storia dell'Afghanistan utilizzando anche testi di David Greig e Lee Blessing che affrontano questioni centrali per le vicende occorse tra il 1979 e il 1996, dall'invasione dell'Armata Rossa all'ascesa dei Talebani.

Lo spettacolo ci pone inquietanti domande sulla natura della guerra, sugli interessi che ruotano attorno alle ragioni di facciata di ogni conflitto e sulle reali possibilità odierne di pacificare regioni che per secoli non hanno vissuto che in mezzo a catene di eterne vendette.

Ogni esercito o gruppo combattente vede il nemico come infedele, ma "qual'è il campo che non ha fede?" ci chiede Stephen Jeffreys attraverso il suo testo iniziale. Si può fare la guerra da "gentiluomini"? Come si distingue un comportamento leale, in mezzo a una carneficina, da un comportamento bestiale?

Hutchinson con "La linea di Durand" si chiede e ci domanda se si possa o meno immaginare una nazione tracciando linee su una mappa perchè un segretario di stato possa vedere ordine sulla suddetta carta geografica ritenendo incivili popoli orgnizzati in tribù che non si lasciano chiudere in confini precisi?

Lee Blessing nell'episodio "Legna per il fuoco" aiuta a comprendere come aver usato i pakistani come tramite per rifornire di armi i Mujaeddin nel corso degli anni '80 da parte degli americani, in funzione anti russa sia stato, oltre che un errore strategioco enorme, alla luce delle vicende successive, anche un gioco perverso, avente l'unico scopo di alimentare il conflitto afghano, già di per sé foriero di inclcolabili perdite umane, usando fiumi di denaro per perpetuare dolore e sofferenza a popoli lontani.

Sulla messa in scena corre obbligo di citare la bravura di Massimo Somaglino e Michele Costabile che spiccano all'interno di una compagnia che ha lavorato complessivamente in modo convincente per dare spessore ai personaggi storici delle vicende narrate e per far arrivare con forza la complessità e la portata di ogni singola decisione presa che fosse da un soldato semplice come da un generale o seretario di stato.

Tra gli altri attori, Claudia Coli è apprezzabile come Lady Florenthia Sale nel primo quadro ambientato alle porte di Jalalabad, episodio che immette in una situazione limite in cui si chiariscono tutte le motivazioni dei  soggetti coinvolti nella tragedia della prima guerra Afghana con l'Impero britannico, ma l'attrice risulta affettata e poco credibile negli altri due ruoli interpretati nella 4° e 5° scena.

Enzo Curcurù diverte e incanta sia nel ruolo di Afzal, l'afgnano del primo quadro che mette in questione la presenza inglese nella sua terra con semplici domande, che nel ruolo del Presidente dell'Afganistan Najibullah, in carica dall' 87 al '92 ucciso nel '96 all'interno del Compound dell'UNU a Kabul all'arrivo dei Talebani (ultimo episdio di questa prima parte del polittico).

Perfetti i costumi di Carlo Sala e preziosi i video di Francesco Frongia che aiutano il pubblico a ricostruire le vicende storiche analizzate poi dai singoli episodi teatralizzati. La regia dei due maestri del Teatro dell'Elfo come sempre inappuntabile e la loro scelta di focalizzarsi su questo testo per una produzione dedicata agli spettatori italiani, encomiabile, sapendo a quali difficoltà sarebbero comunque andati incontro nella ricerca del pubblico.

Raccomando vivamente la visione di Afghanistan in primis a quanti sono persuasi dell'utilità dell'arte come strumento politico utile a incidere profondamente sulle coscienze degli spettatori; quindi a quanti anelano comprendere i retroscena delle decisioni delle grandi potenze e amano fare ricerche sulle ragioni dell' attuale assetto dei poteri nei diversi scenari di politica internazionale; in ultimo mi auguro che venga visto da giovani studenti delle scuole Secondarie di II grado e universitari che dal teatro possano essere sollecitati prendersi in carico l'obbligo morale di costruire una società in cui non sia più possibile tracciare dei confini immaginari su una mappa senza comprenderne le conseguenze reali per esseri umani in carne e ossa.


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