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Quando un corpo ingombrante persegue la ricerca dell' "assenza di sé"

Francesco Chiantese presenta  "Andrej- l'Assenza di sé" al Teatro di Avanguardia Popolare di Modena Cajka


di Simona Sagone
Categorie: Teatro
Andrej Francesco Chiantese

L'attore e drammaturgo Francesco Chiantese dopo un lungo percorso in residenze artistiche in un ex manicomio, un ex capannone idustriale, un teatrino all'italiana e boschi e grotte, approda a Cajka Teatro d'Avanguardia modenese all'interno di una rassegna dedicata alle iconoclastie.

"Andrej- L'Assenza di sé" è uno spettacolo anticonvenzionale, fatto di silenzi, di movimenti dal ritmo dilatato, di segni profondi che incidono la coscienza, di ironia e di verità.

Chiantese sceglie di non raccontare nulla sulla vita, sulla realtà del personaggio Andrej Rublëv (pittore russo di icone nato attorno al 1360 e morto a Mosca nel 1430, monaco vissuto per molto tempo nel monastero della Trinità di San Segio), nè del film dell'altro Andrej, il regista Tarkovskij che sulla vita del primo ha realizzato una pellicola in qualche modo evocata dallo spettacolo; come pure ha deciso di non concedere al pubblico alcuna spiegazione sul contesto in cui la scena rappresentata è inserita. C'è solo un corpo in scena che cammina, mangia, dipinge, pensa, dialoga con le persone che nella sua vita hanno avuto un ruolo, nell semplicità, nell'essere qui ed ora, eppure parte di una tradizione che viene da lontano e da lui prosegue. 

Le azioni compiute dal protagonista restano sospese tra visionarietà, desiderio di lasciare traccia di sé e la consapevolezza che, per quanto i colori sulla tela della vita siano vivi, tutto sbiadirà e che tutti si scorderanno di noi.

Si intuisce dalla rappresentazione che l'Andrej di Chiantese vive una vita ascetica, fatta di poche cose elementari, in uno spazio angusto e che l'azione reale, il tormento, il pensiero, è tutto interiore, in una dimensione spirituale, in un dialogo con l'assenza.

Nel silenzio ci sono voci, che non sono quelle del personaggio, sono voci di dentro, voci nella mente che ossessivamente ritornano a tormentarlo, o forse solo a fargli compagnia. C'è la voce della madre che lo invita a mangiare la minestra, e lo prende in giro per l'assurda pretesa di voler dipingere l'acqua.

La minestra e l'acqua sono elementi centrali della rappresentazione. Prima ancora che l'attore entri in scena, da una lampada accesa gocciola sul pavimento dell'acqua fino a formare una pozza; durante l'azione scenica da sotto i piedi degli spettatori esce molta acqua che impasta i colori sulla tela che Andrej dipinge; quando il personaggio riposa prende in mano il piatto di minestra e mangia seguendo il diktat della madre che risuona nelle orecchie degli spettatori anche quando la voce tace.

L'acqua viene evocata continuamente dalle voci registrate e insieme ad Andrej anche il pubblico comincia a interrogarsi su come si possa dipingere l'acqua e perviene alla convinzione, maturata da Andrej, della assoluta necessità di perseverare nell' innaffiare le piante apparentemente morte, perchè continuando, un giorno, forse, fioriranno anch'esse.

Altro elemento fondante dello spettacolo è il buio, la penombra, che concentra l'attenzione solo sul corpo imponente di Chiantese, sul piatto di minestra, il pennello o lo scalpello con cui lavora sulla tela, la tela stessa, la sedia rossa in scena. E' come se null'altro esistesse al mondo: quella è l'unica realtà di Andrej, una realtà dai contorni indefinibili, indisegnabili perchè Andrej è incapace di delimitare i contorni dei corpi e non riesce nemmeno a percepire il contorno del proprio corpo, che esce dai canoni, non può essere costretto entro limiti prestabiliti, così come il suo pensiero artistico non può essere limitato dalla dimensione finita di una tela.

Lo spettacolo, forse per le immagini forti che crea, per la sua  semplice complessità, per il ritmo solenne, mi ha ricordato Kantor, "La classe morta". Non credo che fosse tra le immagini di riferimento di Chiantese, che anzi nelle sue interviste cita piuttosto Artaud, il teatro della crudeltà.

A rileggere Artaud si ritrova forse il punto d'origine del pensiero drammaturgico di Chiantese "[...] L'accavallarsi delle immagini e dei movimenti condurrà, mediante collusioni d'oggetti, silenzi, grida e ritmi alla creazione di un autentico linguaggio fisico fondato sui segni e non più sulle parole". (Anonin Artaud Il teatro della crudeltà. Secondo manifesto in Il teatro e il suo doppio,1968, Einaudi, p.238).

La tirannia del testo, del logos è decisamente superata in questa messa in scena che non illustra una biografia, non racconta i due Andrej nè il loro lavoro di artisti, l'uno di pittore e l'altro di regista: è piuttosto una produzione di gesti reali e concreti in un dato spazio e in un tempo secondo le indicazioni artaudiane.

E' gesto iconoclasta quello di Chiantese sul testo spettacolare, non tanto quello di Rublëv sulla tela, è un parricidio del Dio del teatro occidentale fondato sul logos attraverso una scrittura drammaturgica fatta di gesti semplici e di parole che non vengono guidate dalla ragione, ma dall'inconscio, espressione dell'attività psichica e non frutto di ragionamento.

Le poche parole udibili nel corso della rappresentazione, uscite dalla memoria o dal sogno, hanno un grande effetto sugli spettatori arrivando ai loro sensi come rivelazioni di forze interiori, di una intima visione.

Spettacolo coraggioso quello di Chiantese, che non segue certo logiche commerciali, nè mode del momento, ma cerca di affermare un convincimento proprio sul modo attraverso cui portare avanti un discorso teatrale oggi fondato sulla presenza in scena di "un corpo senza organi" dell'attore rivelatore di una trascendenza invisibile.

Tags: Teatro, Eventi, Modena

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