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L'Europa fa accordi per rimpatriare i migranti nei Paesi da cui fuggono

Dopo l'accordo con la Turchia, c'è quello con l'Afghanistan e quello italiano col Sudan.


di Alessandro Canella
Categorie: Migranti
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Un rimpatrio forzato

Non solo Turchia: le deportazioni di massa in Paesi non sicuri, da cui scappano i profughi, sono al centro dell'accordo siglato domenica tra Europa ed Afghanistan. In cambio 4,8 miliardi di euro mascherati da aiuti umanitari. Asgi critica anche il Memorandum fra Italia e Sudan per identificazioni e rimpatri, che è fuori dallo stato di diritto.

Potrebbe crescere il naso, come a Pinocchio, all'Alto rappresentante per la politica estera Ue, Federica Mogherini. Ieri, durante la conferenza internazionale sull’Afghanistan a Bruxelles, cui hanno partecipato 75 Paesi e 26 organizzazioni internazionali, ha sostenuto che non c'è un nesso tra l'accordo firmato domenica scorsa per il rimpatrio, anche forzato, di migranti e, invece, gli aiuti umanitari stanziati per il Paese dal 2017 al 2020 – pari a complessivi 13,5 miliardi di euro – a cui l'Europa partecipa con 4,8 miliardi.

Le bugie, però, hanno le gambe corte e a tagliarle sono stati altri rappresentanti europei, come il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk e il ministro degli Esteri tedesco, Frank-Walter Steinmeier. Il primo ha dichiarato: “non ci aspettiamo ringraziamenti, ma ci aspettiamo che i Paesi di origine riaccolgano i propri migranti economici irregolari”. Il secondo ha rilasciato una dichiarazione simile: “Gli aiuti sono condizionati al progresso delle riforme in Afghanistan e ci aspettiamo cooperazione sul fronte migratorio”. Poco importa se, solo nell'ultima settimana, sono morte 38 persone in 5 attentati terroristici e se la situazione del Paese non sia affatto pacificata.

Dall'accordo con la Turchia in poi, la strategia europea per fronteggiare i flussi migratori è diventata quella di esternalizzare le frontiere e le identificazioni e rimpatriare anche forzatamente (quindi deportare) le persone. In altre parole: rimuovere il problema dando soldi ai Paesi di provenienza o di transito fuori dall'Unione, affinché si riprendano i migranti. Poco importa se i migranti sono profughi, che sono scappati da quei Paesi perché perseguitati o perché in pericolo. Pur di non avere la seccatura di affrontare il fenomeno su suolo europeo, si è disposti a mandare potenzialmente a morire le persone.
Tutto ciò avviene nella più totale assenza di rispetto del diritto internazionale o interno, in aperta violazione delle convenzioni e delle carte sui diritti umani.

Al ricatto europeo dei soldi per gli aiuti umanitari in cambio del blocco dei flussi migratori, però, si affiancano anche accordi bilaterali, fatti quasi in sordina e spesso senza passare dal Parlamento, che hanno lo stesso obiettivo. Con la scusa di un accordo tecnico di cooperazione tra le forze di polizia dei due Paesi, che quindi esclude la necessità della ratifica parlamentare, l'Italia l'estate scorsa ha firmato un Memorandum con il Sudan che, oltre ad alcune misure per il contrasto alla tratta e ad altri fenomeni, contiene disposizioni anche per i rimpatri forzati e le identificazioni dei migranti.
“Ci sono almeno due articoli dell'accordo che hanno una forte incidenza politica – osserva ai nostri microfoni Guido Savio, avvocato dell'Associazione Studi Giuridici sull'Immigrazione (Asgi) – perché di fatto esternalizzano l'identificazione dei migranti”.

Il meccanismo introdotto prevede che le autorità sudanesi forniscano assistenza in Italia per l'identificazione dei migranti irregolari, ma in un modo che per le basilari norme del diritto suona come una bestemmia. “L'identificazione delle persone trattenute dalle forze di polizia italiane – spiega Savio – avviene attraverso un'intervista, un colloquio svolto da un funzionario del governo sudanese, che sarebbe sufficiente ad emettere un lasciapassare che faciliti le operazioni di rimpatrio delle autorità italiane”. Nessun'altra indagine per accertare l'identità e la provenienza del migrante viene svolta in Italia, ma viene demandata alle autorità di Kartoum in territorio sudanese.
Nel caso si fossero sbagliati ed avessero rimpatriato un cittadino di un altro Paese – continua l'avvocato dell'Asgi – si dice che l'Italia è pronta a riprenderselo, ma senza indicare tempi, modi e garanzie”.

Non solo: qualora le autorità italiane ravvisassero motivi di urgenza e sicurezza per il rimpatrio dei migranti, verrebbe addirittura saltato il colloquio sommario di identificazione e la cosa, quindi, lascerebbe ampia discrezionalità alla polizia italiana.
Un elemento ulteriore, che aggrava ancora di più la situazione, è che il Sudan non è certo un Paese democratico. Anzi: tutti i rapporti dell'Unhcr e di altre organizzazioni lo dipingono come una nazione dittatoriale e pericolosa. Non è un caso se il Sudan è ancora inserito nella lista dei Paesi terroristi statunitense e il suo presidente Omar Hasan Ahmad al-Bashīr è accusato di genocidio, crimini di guerra e contro l'umanità per la guerra in Darfur.


Ascolta l'intervista a Guido Savio

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