Si è aperta oggi alla Corte Suprema di Cassazione l’udienza del maxi-processo Eternit, per la morte di almeno 2000 persone entrate a vario titolo in contatto con l’amianto. A Roma sono arrivati giornalisti e comitati da tutto il mondo per una sentenza che potrebbe fare giurisprudenza anche in altri paesi.

Quella di oggi potrebbe essere una giornata storica per le vittime dell’amianto. Questa mattina si è aperta a Roma, nella sede della Corte Suprema di Cassazione, l’udienza dell’ultimo grado di giudizio nel maxi-processo Eternit, che riguarda la morte di migliaia di persone, ammalatesi di mesotelioma pleurico, in seguito al contatto con la polvere di Eternit. La maggiorparte delle vittime viveva a Casale Monferrato in Piemonte, dove Eternit aveva il suo stabilimento più grande.

Gravissime le accuse per i vertici di Eternit, già condannati nei precedenti gradi di giudizio, accusati di disastro doloso ambentale permanente. La sentenza della Cassazione riguarderà solo uno dei due imputati: il magnate svizzero Stephan Shmidheiny che, stando alla sentenza d’appello, dovrebbe scontare 18 anni di reclusione. L’altro imputato, il barone belga Louis de Cartier è morto nel 2013.

Le precedenti sentenze avevano accertato che i vertici dell’azienda sapevano della pericolosità del materiale con la quale i loro operai erano costretti a convivere sul posto di lavoro. La difesa di Eternit punta tutto oggi, su un “vizio di arbitrarietà”. In sostanza secondo i legali del magnate svizzero, la Corte d’appello che condannò il loro assistito agì sotto la pressione sociale, scatenatasi intorno al caso.

La chiusura del processo, uno dei più importanti per reati ambientali, ha attirato a Roma giornalisti e comitati da tutto il mondo. La sentenza potrebbe fare giurisprudenza, non solo nel nostro paese, e potrebbe costituire una svolta nella lavorazione e nello stesso utilizzo dell’amianto, in molti paesi ancora permessa.

E intanto ieri, a Bologna, si è costituito l’Associazione Famigliari e Vittime dell’Amianto Emilia-Romagna. L’iniziativa è partita dalla Cgil.

La richiesta del Procuratore Generale Francesco Mauro Iacoviello, non va però nel senso che i famigliari delle vittime si attendenvano. Secondo il Procuratore, la sentenza d’appello che condannava l’ormai unico imputato a 18 anni di reclusione, andrebbe annullata per la prescrizione intervenuta. E’ Andrea Caselli dell Cgil a darne notizia ai nostri microfoni, sottolineando come il destino del procedimento giudiziario sembri, adesso, segnato. Difficilmente, infatti, la Corte si esprimerà in senso opposto a quanto richiesto dal Procuratore Generale.