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Due euro ad articolo: pagare per fare i giornalisti

Prima puntata di "Se potessi avere mille lire al mese", il primo reportage di FujikoInchieste


di redazione

"Se potessi avere mille lire al mese", il primo reportage di FujikoInchieste dedicato allo sfruttamento lavorativo. L'esordio spetta al mondo del giornalismo, dove almeno 35mila lavoratori vengono pagati dai 2 ai 5 euro ad articolo e devono pagarsi benzina, telefono e computer. Ilaria Giupponi intervista la giornalista Antonella Cardone

"Non dite al mio editore che lo farei anche gratis". Così ironizzava Enzo Biagi. Eppure gli editori l'hanno capito e così ecco i cronisti pagati due euro a pezzo e inviati a proprie spese a caccia di notizie; i collaboratori eterni che di un contratto non vedono neanche l'ombra, professionisti costretti a fare un secondo lavoro di nascosta perchè vietato dall'ordine professionale.

Antonella Cardone, giornalista professionista, consigliera nazionale dell'Ordine dei giornalisti, e membro del Free C.C.P. (Coordinamento Giornalisti Collaboratori Precari e Freelance in Emilia Romagna) racconta lo stato di un mestiere, quello del cronista, che la dice lunga sullo sfruttamento di entusiasmi ed energie lavorative dei giovani.

"La situazione dell'informazione è sempre stata particolare, in Italia. Basti pensare alla strage di Bologna, a Ustica, o ai vari depistaggi: molte notizie non sono state date, o sono state omesse quindi parlando della qualità dell'informazione italiana ci sarebbe da dire molto", esordisce la giovane Antonella Cardone, collaboratrice freelance per svariate testate nazionali. A questo, si aggiunge un dato allarmante e significativo: le condizioni nelle quali questo mestiere viene svolto."Negli ultimi anni -racconta Antonella - si è formato una sorta di cancro all'interno della professione, che è quello della precarizzazione del lavoro". Una precarizzazione diffusa in molti settori, ma che in quello dell'informazione assume una rilevanza pubblica, visto il destinatario del "prodotto": l'opinione pubblica. Sono almeno 35mila i giornalisti pagati a cottimo, "con remunerazioni che vanno dai due ai cinque euro a pezzo. con stipendi che stentano a raggiungere i 5mila euro l'anno". La media italiana, infatti, si aggira intorno ai 7mila euro annuali. Poco più di 400 euro al mese.

Il tutto, raggiunto facendo un puzzle di collaborazioni ricavate ovunque si riesca e con tempi che inevitabilmente ricadono sulla qualità dell'informazione e sul suo grado di approfondimento. Se proprio non si volesse considerare la frustrazione di chi questa informazione la compone. "E' un arrabbattarsi continuo. Molti colleghi scelgono la via delle commistioni, che deontologicamente sarebbero anche punibili, facendo da ufficio stampa, lavorando in tv, facendo consulenze". L'alternativa, deontologicamente più dignitosa, ma mal vista dall'Ordine dei professionisti, è quella del secondo - o terzo - lavoro: "di nascosto, vanno a pulire la scale, lavare i piatti,fanno i camerieri. Ma per mangiare si fa anche questo". Il paradosso è questo: si cerca un lavoro per potersi permettere di fare il mestiere dei propri sogni.

A chi conviene questa situazione? Non ha dubbi, la giornalista professionista: "Agli editori. Noi - ricorda - scontiamo il fatto che non esistono in Italia editori puri come altrove". Tranne la novità editoriale del Fatto Quotidiano (edito per l'appunto dall'editore Aliberti) tra contributi statali, di partito e soprattutto i vari industriali proprietari o nel consiglio d'amministrazione delle varie testate, in Italia il giornale è uno strumento di produzione di consenso, nonostante le schiere di professionisti onesti - e spesso mal pagati - che vi lavorano. "Si dice che il giornale è la voce passiva di un bilancio in attivo, cioè grandi imprenditori che usano il giornale per fini propri. l'esigenza è solo quella di riempire il giornale, poco importa la qualità".
Non solo: per risparimare, spesso si utilizza materiale proveniente da fonti casuali, tutt'altro che professionali: "Sul web, con la scusa del citizen journalism, vengono invitati i passanti a fornire materiali, spacciandolo poi come giornalismo quando giornalismo non è". A scapito di tutto quel lavoro che richiede preparazione, cognizione di causa e informazione che fa del giornalismo un mestiere di artigianato vero e proprio, da apprendere e poi maneggiare "tu devi verifica, confrontare, essere filtro : c'è un ruolo attivo nella gestione delle notizie".

Per fortuna, piano piano "con molta molta fatica", i freelance si stanno organizzando. Si organizzano sui territori, come nel caso dei Free CCP, e lentamente si inseriscono nelle istituzioni di categoria. In attesa dell'approvazione dell'accordo di massima inserito nella legge sul giusto compenso, che se approvata vedrebbe fissati i criteri per i contributi pubblici sull'editoria. Così: "chi prende 4 milioni di euro l'anno, non può tenere le persone a cinquanta cents al pezzo".
Un altro passo fatto, è la Carta di Firenze, in base alla quale diventerebbe "deontologicamente scorretto che giornalisti sfruttino i giornalisti". Anche nelle redazioni, infatti, si fa leva su quelli che prima erano gli abusivi, e che ora sono direttamente i collaboratori: domeniche pagate quanto gli altri giorni, pezzi richiesti e poi non pagati, e via di seguito. Ed essendo, ricordiamolo, "pagato a cottimo, a fornitura", di malattia, contributi, tredicesima nemmeno a parlarne.
Il tutto, rigorosamente a spese proprie: telefoni, computer, attrezzature e spostamenti. Ben lontano dunque dall'immaginario comune del giornalista che viaggia spesato e soggiorna in alberghi di lusso. "Questo è un mestiere che in prospettiva rischia di diventare a pagamento. però si, c'è anche gente che è disposta a pagare per uscire sul giorale. e certo, un'opera educativa va fatta anche in questa direzione". Restituire, di fatto, una dignità a questo mestiere. Cosa che probabilmente risanerebbe il nostro Paese in molti sensi.

Ilaria Giupponi

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