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Distruggere la dignità del lavoro perché lo chiede la finanza

L'analisi di Piergiovanni Alleva, ordinario di Diritto del Lavoro.


di Alessandro Canella
Categorie: Lavoro
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Per Piegiovanni Alleva, professore ordinario di Diritto del Lavoro, la riforma del mercato del lavoro del governo Renzi fa parte di un piano coordinato con le lobby della finanza e mira a smantellare la dignità dei lavoratori ed esporli nuovamente al ricatto. E sull'apartheid: "Renzi usa vecchie espressioni da bar".

Sul tema del lavoro il governo corregge se stesso. È stato infatti presentato un emendamento al "Jobs act" che specifica meglio l'idea che Renzi e il suo esecutivo hanno per quanto riguarda la riforma annunciata e che, nelle intenzioni del premier, cambierà il mercato e lo Statuto dei lavoratori.
In particolare, per le nuove assunzioni viene previsto il contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti in relazione all'anzianità di servizio.
Quanto alla cancellazione dell'articolo 18, tema simbolico e concreto, ora il governo sembrerebbe optare per una scelta meno passibile di polemiche. L'idea è quella di modificare l'articolo 13 dello stesso Statuto, permettendo in alcuni casi il demansionamento dei lavoratori.

"Il governo Renzi sta cercando di stravolgere il mercato del lavoro in Italia", commenta ai nostri microfoni Piergiovanni Alleva, giurista e professore ordinario di Diritto del Lavoro, per il quale è in atto un piano coordinato col capitalismo finanziario internazionale, che fa leva sul debito degli Stati per ottenere lo smantellamento delle tutele e per ricreare margini per il profitto attraverso lo sfruttamento.
Alleva contesta diversi punti della proposta renziana: dal demansionamento, che rappresenta la prima forma di mobbing nei confronti del lavoratore, all'argamento del precariato. "Si vuole superare il sistema che cercava di dare al lavoratore una pari dignità rispetto al datore di lavoro, impedendo a quest'ultimo atteggiamenti ricattatori".
Il giurista immagina anche scenari possibili se la riforma passasse: "Quando il lavoro sarà ridotto soltanto ad una merce, quando sarà usa e getta, non ci saranno più contratti nazionali, il salario sarà di 7 euro lordi l'ora e nell'Europa meridionale avremo condizioni come quelle dei Paesi tipici della delocalizzazione, con la differenza che il potere d'acquisto è molto diverso".

Quanto alle parole utilizzate da Renzi, come la questione dell'apartheid tra i lavoratori, Alleva va giù duro: "È un tema vecchissimo, sollevato vent'anni fa da Pietro Ichino verso cui non nutro alcuna stima, ed è una sciocchezza. In pratica si dice che se uno sta discretamente e l'altro ancora male, bisogna che entrambi stiano male, invece di aumentare le tutele di chi non le ha". Per Alleva, dunque, Renzi fa "chiacchiere da bar" ma, a differenza che in passato, gli obiettivi per togliere dignità al lavoro sono a medio-lungo termine.
Oltre che nel merito, l'ordinario di Diritto del Lavoro critica anche il metodo. Sia lo strumento del decreto legge annunciato da Renzi, a cui il Capo dello Stato, secondo Alleva, non dovrebbe prestare il fianco perché non si ravvede l'urgenza della misura; sia la legge-delega, che per il professore sarebbe "una delega in bianco", peraltro vietata dall'articolo 76 della Costituzione, attraverso la quale si vuole esautorare il Parlamento.


Ascolta l'intervista a Piergiovanni Alleva

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